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Manuale di MEDICINE ALTERNATIVE BIOLOGICO NATURALI  -  Manual of ALTERNATIVE MEDICINES

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Chi e' Dio ?  Progetto di Vita  +  Fisica dell'Intenzione
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Bibliografia di Gesu'
Su Gesù — chi non lo sa ? — sono state dette e scritte tante cose. Oltre alla classica immagine del Figlio di Dio o l’inviato di Dio, su di lui sono state fatte le congetture più paradossali.
C’è chi l’ha fatto andare in Oriente — patria del mistero e del meraviglioso — dove avrebbe appreso l’arte del guarire. Chi l’ha fatto andare a Heliopolis, in Egitto, per ricevere l’iniziazione e affrontare, così, la sua divina missione; e chi non l’ha fatto scomodare tanto: l’iniziazione, per così dire, Gesù l’avrebbe ricevuta in “casa”, dagli esseni, che costituivano una setta dedita a pratiche di ascetismo vivendo al di fuori della comunità ebraica. 
Infine ci sono stati molti che l’hanno visto come un rivoluzionario che avrebbe voluto scacciare l’invasore romano.

Quest’ultima ipotesi, per quanto possa suonare piuttosto strana come le altre, possiede dei validi fondamenti storici. Nonostante l’intervento di numerosi studiosi, molte persone ignorano che al tempo di Gesù vi erano degli israeliti che si proponevano al loro popolo come il Messia promesso.

«Nessun ebreo» scrive David Donnini «si scandalizza all’idea che il Messia fosse un guerriero la cui personalità ed autorità religiosa era intimamente legata a quella politica e militare».

Si trattavano, quindi, di leaders rivoluzionari che si sollevavano contro l’occupazione romana. All’inizio erano soltanto azioni sporadiche di guerriglia; ma sotto Erode il Grande (37-4 a.C.) divenne un vero movimento di liberazione nazionale, molto più organizzato e intransigente.
Per il loro estremo fanatismo i componenti furono definiti zeloti, cioè che erano pieni di zelo per la legge. 
L’ala estremista del movimento fu detta dei “sicari” (dal latino sica, “pugnale”).
Si chiamavano così poiché praticavano atti di terrorismo nascondendo i pugnali sotto le vesti e colpendo, nei luoghi affollati, i cittadini romani e le autorità ebraiche accusate di collaborazionismo. Le loro azioni a volte erano così avventate da costituire vere e proprie missioni suicide, che ci ricordano gli attuali palestinesi che riempiono i telegiornali di tutto il mondo.

«A causa della loro intransigenza» scrive Joel Carmichael «sono passati alla storia, per lo meno nella maggior parte della storia, con una cattiva fama. In generale, in scritti riguardanti questo periodo sono indicati come “ladri”, “briganti”, “criminali”, e così via, parole che sono l’equivalente di “ribelle” nella terminologia moderna, e che indicavano quasi invariabilmente insorti militari contro il potere di Roma e dei suoi vassalli».

Nella storia ebraica questa non è stata unica, nel primo libro dei Maccabei (II, 23 e segg.), si parla di un certo Mattatia, capo dei rivoluzionari, quando Gerusalemme finì sotto l’occupazione di Antioco IV Epifano (215-164 ca. a.C.), re di Siria.

«Un uomo di Giuda si avvicinò, sotto gli occhi di tutti, per sacrificare all’altare che era in Modin, secondo il comando del re. Come lo vide, Mattatia s’infiammò di zelo e precipitandosi lo trucidò sull’altare. Uccise pure, nel medesimo tempo, l’uomo del re che costringeva a sacrificare e rovesciò l’altare. Egli agiva per zelo per la legge, come aveva fatto Pincas contro Zambri, figlio di Salom. Poi Mattatia si mise a gridare per la città: “Chiunque ha zelo per la legge e sta per l’alleanza, venga dietro di me!”. Fuggì con i suoi figli verso i monti, lasciando tutto ciò che avevano nella città».

Negli Atti degli Apostoli  (V, 34 e segg.), al riguardo dei rivoluzionari che si sollevavano contro Roma, si legge
«Si alzò allora nel Sinedrio un fariseo, di nome Gamaliele, dottore della legge, stimato presso tutto il popolo, e disse: “Qualche tempo fa venne Teuda, dicendo di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso, e quanti s’erano lasciati persuadere da lui si dispersero e finirono nel nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse molta gente a seguirlo, ma anch’egli perì e quanti s’erano lasciati persuadere da lui furono dispersi».

Secondo Carmichael «la fine di Giuda il Galileo è oscura. Ma non fu il solo ribelle di rilievo: a Perea venne fuori un uomo di nome Simone, che era stato schiavo di Erode ed era famoso per la sua bellezza e per la sua forza fisica, come pure un pastore dallo strano nome di Athrongas, celebre anche lui per la sua gigantesca statura e la straordinaria forza fisica.

Entrambi questi uomini avanzarono le loro pretese a governare la Giudea. Furono entrambi giustiziati, ma Giuda il Galileo tenne duro “al di fuori”, sulle montagne e nei deserti, anche dopo che la rivolta del 4. a.C. fu schiacciata dal generale romano Varo e migliaia d’insorti furono crocifissi.

Gli zeloti diventarono sempre più pericolosi, specialmente nel periodo dal 49 al 64 d.C.
Alla fine la situazione giunse a uno sbocco con la penultima delle guerre giudee contro Roma, sotto Tiberio Alessandro, che alla fine portò all’estinzione dello stato giudeo nel 70 d.C.
La rivolta finale fu guidata da un figlio di Giuda il Galileo, Menahen, che fu ucciso da dei rivali della sua stessa parte mentre si dirigeva a Gerusalemme per esservi incoronato re dei giudei. Gli altri figli del Galileo, Simone e Giacomo, furono crocifissi dai romani nel 67 d.C.

Mentre l’oppressione romana cresceva, un intransigente dopo l’altro si presentava come il Messia promesso al suo popolo tormentato».

«È un dato di fatto» aggiunge Donnini «che alcuni di questi latrones, così li definivano i romani, si sono dichiarati Messia di Israele. Hanno tentato disperate imprese militari, conclusesi regolarmente in un bagno di sangue.

Il destino di tutti i pretendenti liberatori messianici è stato unanime: hanno terminato la loro dura esistenza sulla croce; essendo la crocifissione il tipo di condanna che i romani riservavano agli schiavi e ai ribelli delle province imperiali».

Vittorio Messori fa rilevare uno di quei Messia che sicuramente avrà avuto più successo degli altri. Si tratta, scrive, di «Bar Kokheba, il vertice del messianismo ebraico in senso non solo cronologico ma anche ideale. 
Si chiamava Simone, l’altro nome gli fu dato a riconoscimento dei suoi titoli messianici. Bar Kokheba significa, infatti, in aramaico “figlio della stella”, un termine applicato soltanto al Messia. Del resto, il più celebre tra i rabbini e dottori della legge, Akiba il Grande, riconobbe in lui pubblicamente il Cristo. La grandezza delle gesta di Simone il Magnifico e il riconoscimento ufficiale da parte dei sacerdoti, finirono col trascinare tutti dietro di lui. 
Nel 132 d.C. Bar Kokheba riuscì a cacciare i romani da Gerusalemme. L’entusiasmo dilagò incontenibile, tanto che si batterono subito le monete del regno così a lungo atteso. Portavano l’iscrizione: “Anno Primo della Redenzione d’Israele”. Il primo anno, cioè, dell’Era Messianica.

Seguirono altre esaltanti vittorie che convinsero anche quei dottori della legge ancora perplessi che il Messia era davvero giunto. Quando Roma passò al contrattacco, la lotta divampò terribile. La resistenza degli ebrei, fanatizzati dalla certezza di combattere sotto le insegne del Cristo d’Israele, fu tale “da stupire il mondo intero”, come scrisse lo storico antico Dione Cassio. Tanta era la fede che i legionari romani dovettero espugnare, con perdite sanguinose, ben 50 fortezze e 985 tra città e villaggi.

Quando l’incredibile resistenza terminò con la seconda rovina totale di Israele, crollò anche la fede in quel Messia».

 

Questa era la realtà storica del tempo di Gesù, e che pone non pochi inquietanti interrogativi sulla sua persona, tanto che sin dai primi secoli del cristianesimo vi sono stati forti sospetti che Gesù fosse stato soltanto uno dei tanti rivoluzionari dell’epoca.

Ad alimentare questa tesi hanno contribuito pure i primi tre Vangeli (sinottici). Infatti, nonostante si descriva il continuo peregrinare di Gesù insegnando alla gente in diversi luoghi, per esaltare il suo sacrificio allegorico si pone l’accento al viaggio verso Gerusalemme dove, una volta arrivato, fu giustiziato dalle autorità romane con la classica crocifissione.

«Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme.

Mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici e lungo la via disse loro: “Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà condannato a morte… dette queste cose proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme[1][1]».

Nello stesso processo, Gesù è presentato come un sollevatore di popolo (Luca XXIII, 5):

«Costui solleva il popolo insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea fino a qui».

David Donnini sembra buttare benzina sul fuoco, scrivendo che «la Galilea era la patria delle idee rivoluzionarie che infiammarono la Palestina di rivolte e sommosse contro il dominio romano; fino alla guerra finale degli anni 66-70 d.C. Addirittura l’appellativo “galilei era diventato sinonimo di “ribelli”, “cospiratori”, “sovversivi”».

Gli storici latini sono sullo stesso tema. Nel I secolo, Publio Cornelio Tacito (Gli Annali, XV, 44) scrive che «il nome [cristiani] deriva da un certo Cristo, il quale, sotto l’imperatore Tiberio, era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato».

Anche Svetonio (Claudius, XXV, 4) scrive che i cristiani erano «giudei che l’imperatore Claudio aveva espulso dalla città, perché erano sempre in lotta, su istigazione di Cristo».

I romani ostacolarono il cristianesimo, contrariamente all’uso di tollerare la religione dei popoli sottomessi, poiché i vari Cristi erano sempre stati leaders d’Israele che loro dovettero combattere. La parola “Cristo”, infatti, è la traduzione greca dell’ebraico “Messia[2][2]”.

 

Esiste, inoltre, un’altra realtà storica: la controversia sollevata da coloro che proclamano la non storicità di Gesù, poiché di lui si tace in tutta la letteratura ordinaria di quel periodo, asserendo: «I paralitici camminavano, i ciechi vedevano e i morti risuscitavano, ma gli storici di Palestina, Grecia e Roma non ne ebbero notizia».

«Il re Erode, Ponzio Pilato e altre figure della storia evangelica» scrive Alan Millard «appaiono anche nei libri di Filone e di Flavio Giuseppe. Le monete attestano autonomamente l’esistenza di Erode, la lapide di Cesarea quella di Pilato. Di Gesù non c’è nessun segno».

«Di fatto» aggiunge Acharia_s «non esiste nessun riferimento per l’individuazione di un Gesù storico, da parte di qualsiasi scrittore, noto ed operante, durante e dopo il verificarsi dei supposti eventi a Gesù stesso riferiti. Walker dice: “Nessun letterato di quei tempi parla di lui in uno qualsiasi degli scritti conosciuti.” Un eminente storico e filosofo, ebreo-ellenista, quale Filone di Alessandria (20 a.C. 50 d.C.), vissuto quindi nel supposto tempo di Gesù, non ne fa alcun cenno. E parimenti si comportano gli altri 40 storici che vissero e scrissero nel corso del primo e del secondo secolo dell’era volgare”. Rimangono abbastanza lavori, di (questi) autori, per mettere in piedi una intera biblioteca. Eppure in tutta questa mole di letteratura ebraica e pagana, al di fuori di due brani falsificati nell’opera di un autore ebraico e di due brani discutibili attribuiti ad uno scrittore romano[3][3], non si riesce a trovare il minimo accenno a Gesu. Il loro silenzio è quindi una indiscutibile prova contro i sostenitori della figura storica di Gesu.

Al costante rigurgito da parte degli apologisti cristiani, il Dott. Alvin Boyd Kuhn oppone le seguenti argomentazioni:

Per prima cosa gli storici che nei loro lavori annotano la presunta esistenza di Gesù, sono solo quattro: Plinio, Tacito, Svetonio e Giuseppe Flavio; nei lavori di ciascuno di essi appaiono alcuni brevi paragrafi, due in quello di Giuseppe Flavio. La quantità di questo materiale, come calcolata da Harry Elmer Barnes in The Twilight of Chistianity, ammonta a circa 24 righe.
Ma supponiamo che questo totale possa essere un po’ di più, diciamo il doppio. Quindi, una tanto scarsa testimonianza, costituirebbe il nucleo del complesso di prove di “uno dei meglio dimostrati eventi della storia
”».

Così, sia gli antichi osservatori, sia molti studiosi attuali ritengono la storia di Gesù soltanto una favola come altri miti divini.

«Horus» scrive Acharia_s «è stato generato dalla vergine Iside, il 25 Dicembre, in una stalla; la sua nascita fu annunciata in Oriente da una stella e fu assistita da tre importanti personaggi.

Ebbe 12 discepoli. Compì miracoli e risuscitò un uomo chiamato El-Azar-us[4][4]. Camminò sulle acque. 
Si trasfigurò sulla cima di un monte. Fu crocifisso, chiuso in una tomba e resuscitato.

Nelle catacombe di Roma, ci sono dei dipinti di Horus bambino tra le braccia della vergine madre Iside — il prototipo della Madonna con Bambino — e la stessa struttura organizzativa del Vaticano è costruita similmente a quella del papato di Mitra. La gerarchia cristiana è del tutto identica a quella (ben più antica) della precedente versione mitraica. In pratica, quindi, tutti gli elementi del rituale cattolico, dall’ostia all’acqua santa, dall’altare alla liturgia sono presi direttamente dalle primitive religioni misteriche pagane.

La storia di Mitra precede la leggenda cristiana di almeno 600 anni. Secondo Wheless il culto di Mitra fu, nell’età appena precedente l’era cristiana, la religione più popolare e la più diffusa tra i pagani di quel tempo. 
Mitra ha in comune con il Cristo le seguenti caratteristiche: fu partorito da una vergine il 25 Dicembre. 
Aveva 12 compagni o discepoli. Fece dei miracoli. Fu sepolto in una tomba. Dopo tre giorni risorse. 
L’evento della sua resurrezione divenne la sua principale celebrazione, quella che più tardi fu detta Pasqua. 
Il suo giorno consacrato era la domenica, il giorno del Signore, centinaia di anni prima della venuta di Cristo.

Krishna è stato partorito dalla vergine Devaki (la Divina) il 25 Dicembre. Suo padre era un falegname. 
La sua nascita fu assistita da angeli, uomini saggi e pastori e gli furono donati oro, incenso e mirra. 
Egli fu perseguitato da un tiranno che ordinò l’uccisione di migliaia di bambini.  Operò miracoli e prodigi. 
Risuscitò i morti, guarì i lebbrosi, i muti ed i ciechi. Si trasfigurò di fronte ai suoi discepoli. Secondo alcune tradizioni morì su un albero o fu crocifisso tra due ladroni. Risuscitò dalla morte ed ascese in cielo.  
Egli era la seconda persona della trinità.

Si scopre quindi che la storia di Gesù è stata ritagliata da alcuni miti, o da eroi mitici, presenti in tutte le parti del mondo e risalenti a tempi collocabili in un passato estremamente remoto.

Il dibattito sulla natura di Gesù è praticamente iniziato con la nascita del cristianesimo. 
Gli stessi Padri della chiesa hanno lasciato intendere, nei loro scritti, come siano stati più volte costretti a battersi per difendere ciò che i non cristiani consideravano come un racconto assurdo e pretestuoso, messo in piedi a dispetto di qualsiasi riscontro storico. Ecco cosa il Rev. Robert Taylor scrive a questo proposito: 
A partire dall’età degli Apostoli in poi, con un susseguirsi mai interrotto, l’esistenza terrena del Cristo fu sempre fermamente negata; in particolar modo ciò avvenne nei tempi primitivi del cristianesimo”».

Agli albori del cristianesimo, Eusebio di Cesarea, vescovo e scrittore cristiano greco, dovette per forza di cose ammettere: «I nostri modi di comportamento unitamente ai nostri principi religiosi, non sono stati inventati recentemente da noi, ma la maggior parte degli umani principi fu costruita sui naturali concetti di coloro che amavano Dio nel remoto passato».

Se si fosse chiesto a quel grande Iniziato di Fulcanelli, quale era la sua opinione, avrebbe certamente risposto che «la verità, sempre simile a se stessa, si esprime con l’aiuto di mezzi e di finzioni analogiche».

Infatti, tutto è stabilito secondo la rigorosa legge analogica ermetica.  Però, se molti studiosi non sono andati oltre il semplice concatenamento analogico, a Donnini non è sfuggito un fatto assai importante, cioè che «nei Vangeli c’è un duplice aspetto: quello esteriore, accessibile a chiunque, costituito dalla mitologia di Gesù destinato alle catechesi delle masse, e quello occulto, costituito dagli insegnamenti iniziatici, destinato ai pochi, agli eletti».

Infatti, i Vangeli, come altre opere religiose, sono dei testi iniziatici; per questo motivo sono pieni di tante frasi allegoriche, quindi misteriose e contraddittorie, caratteristica dell’esoterismo. È quanto ha rilevato Carmichael, parlando di «quelle discordanze nei Vangeli che tuttora disorientano studiosi e profani. Che straordinaria impressione ci fanno. Che affascinante intreccio di enigmi, contraddizioni, lacune, allusioni e indicazioni».

Nella simbologia dell’Arte sacra Cristo interpreta le due nature della Grande Opera; pertanto è definito sia Cristo-Luce sia Cristo-materia. Cioè, è considerato, a un tempo, Creatore e creatura. Maestro della filosofia e materia dei filosofi.

Particolare importante però, è che se diversi avvenimenti della vita di Gesù le ritroviamo, tradizionalmente, nella storia di personaggi assolutamente mitici, altre allegorie si ritrovano anche in un personaggio storico come il Buddha, giacché pure la sua vita si confonde nella storia dei personaggi leggendari.

La domanda da porsi, quindi, è perché gli antichi Maestri — autori dei testi sacri — hanno cosparso di allegorie anche personaggi reali, onorandoli di titoli divini e fondando nel loro nome nuove religioni ? Specialmente se uno di questi fosse stato un semplice rivoluzionario ?

Ora, grazie alla conoscenza dell’ermetismo possiamo redigere una nuova biografia di Gesù, poiché, discernendo il vero dal falso, abbiamo maggiore probabilità di una veridica interpretazione della vita di questo personaggio, che tanto ha affascinato milioni di persone negli ultimi duemila anni.

Michael Grant sembra intuire questa situazione quando, parlando degli Evangelisti, scrive che «essi ci forniscono un’enorme quantità d’informazioni sulla vita di Gesù. Essi ci dicono, anzi, quasi tutto ciò che si sa di lui. Se solo si riesce a discernere ciò che è autentico, da quello che loro o le loro fonti hanno aggiunto, si ottiene una miniera di materiale dal valore incalcolabile».

Infatti, è quasi impossibile cercare di ricostruire la vita di Gesù letteralmente come narrano i Vangeli, a causa della presenza dell’alta scienza che, con la sua indiscutibile superiorità, avverte: «Chi ha orecchi per intendere, intenda[5][5]!» È grazie a questo che sono potuti sorgere diverse biografie di Gesù.

«È molto tempo che si è cercato di scrivere biografie di Gesù». Osserva Grant. «Ve ne sono più di qualunque altro personaggio della storia; ne sono stati scritti sessantamila solo nel secolo XIX».

«Ovviamente è stata la stessa frammentarietà delle fonti» aggiunge Carmichael «che esprimevano tanti differenti punti di vista, a permettere che venissero scritti tanti libri: un’abbondanza d’informazioni avrebbe ristretto le possibilità».

«In realtà» prosegue Vittorio Messori «da molti secoli il dibattito su Gesù è la riserva di caccia, gelosamente sorvegliata, di chierici e di laici accademici, spesso a loro volta ex chierici. Sono gli specialisti che hanno prodotto e producono migliaia di volumi, confutandosi a vicenda in una interminabile disputa di dotti».

 

Il Vangelo di Giovanni, contrariamente ai sinottici, esalta diversamente il sacrificio allegorico, e riferisce che Gesù durante i suoi itinerari, parlando alla gente, si recò più volte a Gerusalemme[6][6].

«Il Vangelo secondo Giovanni è completamente diverso dagli altri tre». Sostiene Grant «Giovanni afferma ripetutamente di basarsi su testimonianze oculari[7][7] e, nonostante le sue profonde preoccupazioni teologiche, è attento a porre il materiale in forma storica. Egli è inoltre ben consapevole degli aspetti pratici della vita umana di Gesù.

Il grosso problema è la divergenza tra un Vangelo e un altro. Ireneo, che scrisse cento anni dopo, li chiamò il quadruplice Vangelo: ma questa definizione non tiene conto delle grosse differenze che vi sono tra uno e l’altro. 
È vero che almeno i primi tre hanno una grossa parte di contesto in comune, e per questo motivo vengono chiamati sinottici, dalla parola greca synopsis, vedere insieme; è possibile studiarli simultaneamente e comparativamente, in colonne parallele. 
Le differenze restano comunque numerose ed estese. La loro esplorazione è una delle maggiori conquiste della ricerca moderna. E anche se non è stato possibile stabilire chi fossero gli Evangelisti, emergono quattro personalità distinte, così distinte che spesso sembrano descrivere non un solo Gesù, ma quattro. 
È perciò fondamentale cercare di determinare le proporzioni in cui questi quattro quadri distinti descrivono il Gesù che davvero è esistito».

 

Osserviamo ancora il luogo dove Gesù è vissuto. Particolare importante per la vita degli ebrei era che la tradizione imponeva loro di non sottomettersi agli stranieri, questo era un ulteriore motivo di dissenso con gli occupanti. Diversi arrivarono persino ad abbandonare le città, costoro erano indicati come baryonim.

«Il termine baryonim viene da una parola aramaica che significa “aperta campagna”» scrive Carmichael «indicava quelle persone che vivevano in aperta campagna fuori delle città.

Questo problema del vivere “al di fuori” non è una semplice questione di geografia. Dal punto di vista della religiosità ebraica, “lasciare le città” era profondamente significativo quale metodo per evitare l’apostasia, o il peccato, o come minimo l’impurità, del vivere sotto adoratori di idoli.

Perché se consideriamo il potere di Roma, per i pii giudei rimanevano solo due modi di seguire la Torah (“legge della regalità” del Deuteronomio, XVII, 14-15) che proibiva di sottomettersi alla dominazione degli stranieri: sconfiggere i romani o fuggire. Quindi, il solo modo per eludere l’apostasia, era rinunciare a tutto e andare nel deserto, essere purificati lì come gli antichi ebrei[8][8]».

 

Gesù, prima della sua vita pubblica, s’incontrò con un misterioso personaggio.

«In quel tempo Gesù da Nazareth[9][9] della Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui[10][10]».

Chi è questo personaggio che attirò la sua attenzione ? E perché ?

I Vangeli[11][11] sono molto precisi sul periodo in cui questo Giovanni iniziò la sua attività:

«Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. 
Ed egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorreva da lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme, e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano mentre confessavano le proprie colpe. Giovanni portava un vestito di peli di cammello con una cintura di pelle attorno ai fianchi».

«La figura di Giovanni Battista» sostiene Carmichael «anche se profondamente collegata all’avvio della carriera di Gesù, rimane irrimediabilmente oscura.

Le sole informazioni che abbiamo su di lui sono contenuti nei quattro Vangeli e in Giuseppe Flavio (37-95d.C.), il famoso storico giudeo che fu al servizio dei romani e che costituisce la nostra sola fonte esterna per tutto questo periodo. Ci sono circa quindici riferimenti al Battista nei Vangeli, e una in Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche, libro 18).

Giuseppe Flavio parla del Battista come di un giusto, il cui messaggio ai giudei consisteva solo in qualche eccellente consiglio circa la virtù, la giustizia e la pietà. Giuseppe Flavio dice che la morte del Battista, per ordine del tetrarca Erode Antipa, fu dovuta semplicemente all’incomprensibile paura di Erode che i consigli etici di Giovanni potessero condurre, in qualche modo, a un movimento per spodestarlo, che egli scongiurò facendo catturare, imprigionare e uccidere Giovanni. Secondo Giuseppe Flavio, tutto quello che il Battista voleva era purificare, col battesimo, i corpi di coloro che con la vita virtuosa avevano già purificato le loro anime e si erano, così, resi bene accetti a Dio; fu l’eloquenza del Battista, secondo Giuseppe Flavio, che radunò la gente intorno a lui e allarmò Erode».

Da dove veniva Giovanni Battista ? Alcuni autori sostengono che doveva essere uno degli esseni che venivano esclusi dalla comunità. Qui la principale caratteristica era la stretta osservanza delle norme di purità rituale, come la pratica scrupolosa delle abluzioni.

«Gli esseni» scrive Ferdinando Prat «due volte al giorno, interrompendo il lavoro assegnato a ciascuno, facevano un bagno indossando dopo abiti bianchi».

«Prima del 1947» scrive Alan Millard «la vita di Giovanni nel deserto era un mistero. Poi, quando furono scoperti i rotoli del Mar Morto, qualche studioso ipotizzò che Giovanni appartenesse al gruppo di persone che li possedevano. L’insediamento di Qumran si trovava certamente nel deserto. La sua regola ordinava ai membri di purificarsi con battesimi e bagni prima delle assemblee e dei pasti. La disobbedienza alla comunità provocava l’espulsione. Giovanni visse in quel luogo una parte della vita? Non è possibile rispondere con precisione a questa domanda».

«Se Giovanni» aggiunge Carmichael «ebbe delle affinità settarie con il monastero, o i monasteri di Ein Gedi o Qumran[1][12], con la loro vita in comune e i loro rituali, allora i nostri testi evangelici ce le nascondono; una possibilità, naturalmente, del tutto concepibile. Diversamente Giovanni, nei termini dell’impressione generale prodotta in noi dalle fonti, si presentava come un fenomeno corrente del tempo. Lo stesso Giuseppe Flavio afferma di aver trascorso tre anni con un certo eremita chiamato Bannos (che significa un “battista”), che si vestiva e si nutriva di tutto quello che offrivano gli alberi, e che si bagnava di frequente per conservarsi puro.

A quei tempi il cosiddetto “deserto” era l’appuntamento favorito dei malcontenti. Non era la vasta distesa desolata di sabbia come siamo propensi a immaginare. Il deserto di cui si parla, per esempio, in Marco, è la valle del corso inferiore del Giordano vicino al Mar Morto. Questa località ha una densa vegetazione, tra cui veri e propri alberi, e il punto stesso dove la tradizione cristiana colloca il battesimo di Gesù per mano di Giovanni, assomiglia, o in ogni caso deve essere sembrato a quei tempi, a un turbolento fiume americano o europeo.
La parola “deserto” significava, semplicemente, che era per la maggior parte disabitato, con l’eccezione di un monastero, qualche stazione per i pellegrini e così via».

È assai probabile, dunque, che quei bannos furono coloro che venivano espulsi dalla comunità degli esseni.

Sicuramente intorno al Battista si riunirono i baryonim e i quietisti. Carmichael scrive che «i quietisti si accontentavano di aspettare pazientemente finché a Dio non sembrasse opportuno liberare il suo popolo dal giogo pagano. Naturalmente questa posizione quietista aveva il vantaggio di non preoccupare le autorità; i singoli quietisti potevano diffondersi senza danni. 
Dal punto di vista romano era l’ideale. I giudei quietisti, sebbene anch’essi come gli altri devoti adoratori di Jahvè odiassero l’iniquità del loro dominatore pagano, non arrivavano al limite della violenza.

La ragione per cui i seguaci si riunivano intorno al Battista, era l’impulso religioso di cui abbiamo parlato prima: il desiderio di evitare di contaminarsi con gli adoratori di idoli, in conformità con la legge della regalità, e l’adozione di una buona vita. Esiste un’antica biografia del Battista secondo la quale egli consigliava ai suoi seguaci di “lasciare la città”, un programma che naturalmente avrebbe allarmato le autorità se avesse assunto proporzioni considerevoli. Sarebbe stata una secessione popolare; le autorità sarebbero naturalmente intervenute, e altrettanto naturalmente con violenza.

In breve, Giovanni Battista andò incontro alla sua morte per aver coinvolto i suoi seguaci in una massiccia secessione dallo stato».

D’altra parte, una resistenza pacifica nei confronti dei dominatori stranieri non è la prima volta nella storia. Illuminante è, a questo riguardo, il caso abbastanza recente del movimento di Gandhi nell’India dominata dagli inglesi.

 

Tuttavia, per quanto ci riguarda, è che Gesù fu attirato da quel singolare personaggio. Questa è una sicura prova che non possedeva uno spirito attivista o rivoluzionario, ma un’inclinazione quietista, rifiutando la pura violenza fisica.

Ma, particolare determinante, rifiutò anche il movimento pacifico di Giovanni, giacché, dopo essersi recato da lui, lo abbandonò ritirandosi in solitudine nel deserto.

Gaetano Baglio ha voluto dilettarsi a scoprire quanto tempo Gesù sia rimasto con Giovanni.

«Com’è notorio, mentre il Vangelo di Marco (I, 12-13) usa la formula che quando Gesù fu battezzato — entys, subito, — “lo Spirito lo spinse nel deserto”; Matteo (IV, 1), invece, usa il generico e vago avverbio di tempo — tote, allora, — e dice: “Allora Gesù fu condotto nel deserto dallo Spirito”».

Tuttavia, prosegue quest’autore, «in periodo successivo al battesimo di Gesù, i discepoli di Giovanni recarono questa notizia al loro maestro (Gi, III, 25-26): “Colui che era con te — os en metá sot — al di là del Giordano».

 

Particolare veramente curioso è che Gesù si ritirò in solitudine dopo essere stato attirato da quell’asceta del Battista, la stessa cosa lo fece il Buddha, in India, quasi cinque secoli prima, dopo essere stato attratto dagli asceti.

Il Buddha si chiamava Gautama e, alla sua nascita, «un bramino aveva detto al padre che questi sarebbe divenuto un grande conquistatore o un grande asceta». Scrive Decio Cinti «E Suddhodana volle evitare di perdere il figlio e la continuazione della sua stirpe, qualora egli si fosse dedicato all’ascetismo».

Altro particolare curioso, anche Krishnamurti ebbe una predizione dello stesso tenore.

«Dopo la nascita» scrive Mary Lutyens «Kumara Shrowtulu, uno degli astrologi più famosi di quella regione, lesse l’oroscopo del neonato, e poté garantire a Narianiah che il figlio sarebbe stato veramente un personaggio di primo piano. Ma per molti anni parve molto improbabile che questa predizione si potesse avverare. Ogni volta che l’astrologo incontrava Narianiah chiedendogli: “Che ne è di tuo figlio Krishna?”, la risposta di Narianiah non era mai tale da alimentare molte speranze e l’astrologo doveva tornare ad assicurare il padre deluso: “Aspetta. 
Ti ho detto il vero; diventerà qualcuno, sarà grande e meraviglioso”».

In ogni modo, per quanto riguarda Gautama, fu proprio quella predizione la causa determinante della futura vita del Buddha: la decisione di Suddhodana ebbe grande influenza sulla formazione psicologica del giovane. 
Egli vedeva per suo figlio un grande avvenire e non certo le estenuanti astinenze e tutti i rigidi sistemi di mortificazione fisica che l’ascetismo comportava.

La pressione paterna verso una vita mondana causò una forte reazione nel futuro Buddha, tanto che intorno ai 29 anni decise di fuggire dal proprio mondo e, abbandonando in gran segreto la casa paterna, andò a vivere tra gli asceti.

Ma come Gesù col Battista, anche il Buddha resistette poco tempo con gli asceti e, preda di una profonda crisi psicologica, si ritirò anch’egli in solitudine, vagando per la foresta, finché, mentre si trovava seduto sotto un albero, si verificò la sua Illuminazione, come egli stesso affermò:  «Tutto sto conquistando e tutto sto conoscendo, distaccato, incontaminato, da nulla impedito e completamente libero dalla distruzione e dal desiderio. Chi chiamerò mio maestro ? 
Io stesso ho trovato la via. E mi si aperse l’intelligenza e mi si aperse la contemplazione. Possiedo la perenne contemplazione dello Spirito. Mi sento come uno che si è risvegliato dal sonno. Ho bevuto il nettare dell’Immortalità attraverso la forza dell’Amore e della Compassione; conquistata è la vetta della Santità. Io mi sento risvegliato per l’Illuminazione
».

Queste fondamentali parole del Buddha, che sono arrivate fino a noi, rivelano all’ermetista la realizzazione della Grande Opera dei filosofi, il ricevimento del Dono di Dio (Donum Dei). Questo è lo scopo del lavoro del filosofo e la ragion d’essere della sua esistenza.

 

Anche Krishnamurti fu vittima di un’enorme crisi psicologica, dovuta a delle assurde iniziazioni cui fu sottoposto dalla Società teosofica che si era preso l’impegno di “formarlo” come Maestro del Mondo.

Questa Società fu istituita a New York nel XIX secolo da Helena Petrovna Blavatsky fondandola su un compendio di filosofie. Tra questi anche l’interpretazione del mito dei personaggi promessi. Quindi la Società contempla nel suo credo l’incarnazione in diverse epoche di un uomo-Dio o Maestro del Mondo.

«Madame Blavatsky» scrive Stuart Holroyd «affermava, a volte, che lo scopo principale della Società teosofica era di preparare l’umanità per la venuta del Maestro del Mondo. Questo tema fu ripreso dopo la sua morte nel 1891 da un’altra teosofa di straordinaria abilità e vitalità, Annie Besant, che in seguito doveva diventare presidente della Società, e avere quello che considerava il particolare onore di essere responsabile dell’educazione del Maestro del Mondo».

Il padre di Krishnamurti, Narianiah, rimasto vedovo e senza impiego, chiese ad Annie Besant un posto nella Società che gli fu concesso e si trasferì con i figli a Adyar, sistemandosi in una baracca fuori del complesso.

«L’essere umano» continua Stuart Holroyd «nel quale si doveva incarnare il dio, fu scoperto da un altro teosofo eccezionale, un vecchio allievo di madame Blavatsky, Charles Leadbeater. 
Un giorno, nella primavera del 1909, Leadbeater, che si riteneva avesse poteri psichici e di chiaroveggenza molto sviluppati, vide un gruppo di bambini che facevano il bagno sulla spiaggia di Adyar vicino Madras, dove aveva sede il quartiere generale internazionale della Società teosofica. Fece notare a un amico che uno di quei bambini aveva un’aura straordinaria, che indicava che sarebbe diventato un grande maestro e oratore spirituale. Il ragazzo, sui quattordici anni, appariva debole e denutrito e, certamente, fu grazie alla fiducia nei poteri di percezione psichica di Leadbeater, che questo ragazzo divenne, attraverso un’incredibile trasformazione, il grande Maestro spirituale Jiddu Krishnamurti».

Annie Besant accettò di educare Krishnamurti facendolo studiare in Inghilterra[13][13], e nella Società teosofica lo fece sottoporre a diversi rituali d’iniziazione che lo condussero alla crisi psicologica.

Questa ebbe l’apogeo quando aveva 27 anni. L’eccezionale avvenimento — che cambiò radicalmente la sua vita e su cui è basato il suo insegnamento — si verificò quando il suo stato era da considerarsi ormai critico, tanto che spesso era in preda al delirio. Era il 20 agosto del 1922, a Ojai Valley, 105 km a nord di Los Angeles, dove Krishnamurti si trovava con suo fratello e altre persone: in un cottage di proprietà di una certa Mary Gray che, c’informa la Lutyens, l’aveva affittato ai due fratelli.

Nella serata di questo giorno, a Krishnamurti, nella speranza che trovasse un po’ di sollievo per il suo stato, fu consigliato di andarsi a mettere sotto un albero di schino che si trovava di fronte al cottage. Così, per volere del Destino, anche Krishnamurti raggiunse l’Illuminazione come il Buddha, sotto un albero.

Mary Lutyens cita quanto scrisse proprio Krishnamurti su quest’avvenimento che lo vide protagonista, e dove possiamo renderci conto dello stato in cui versava:

«La mattina del giorno dopo fu quasi identico al giorno prima, e non riuscivo a sopportare troppa gente nella stanza. Potevo sentirli in modo piuttosto curioso e le loro vibrazioni mi scuotevano i nervi. Quella sera, più o meno alla stessa ora, le sei, mi sentii peggio che mai. Non volevo nessuno accanto a me o nessuno che mi toccasse. 
Mi sentivo estremamente stanco e debole. Credo di aver pianto per semplice esaurimento e mancanza di controllo fisico. La testa mi doleva e in alto mi sembrava trafitta da molti aghi. Ho continuato così per qualche tempo finché, alla fine, sono uscito fuori della veranda, e mi sono seduto per pochi istanti e leggermente più calmo. 
Ho cominciato a rientrare in me e finalmente mr Warrington mi ha detto di andarmene sotto lo schino vicino casa. E là mi sono seduto a gambe incrociate in posizione di meditazione.
C’era una calma così profonda nell’aria e in me, la calma del fondo di un profondo e insondabile lago.  Come il lago, sentivo il mio corpo fisico, con la sua mente e le sue emozioni; poteva incresparsi in superficie ma niente, sì niente poteva turbare la calma dell’anima mia.

Ero supremamente felice, perché avevo visto. Tutto era cambiato. Avevo bevuto le acque pure e limpide della sorgente della fonte della vita e non avevo più sete. Anzi non potevo più avere sete, né avrei potuto più trovarmi al buio nelle tenebre. Ho visto la Luce. Ho avuto un contatto con la Compassione che sana ogni angoscia e ogni sofferenza; e questo non per me, ma per il mondo. Sono stato là, sulla cima del monte. Non mi trovavo più nel buio delle tenebre; le tenebre si sono dissolte. L’Amore in tutta la sua gloria ha inebriato il mio cuore; il mio cuore non si può più chiudere. Ho bevuto alla fonte della Gioia e dell’Eterna Bellezza. Sono inebriato da Dio».

Queste testimonianze sono più che sufficienti per scoprire che pure Krishnamurti ereditò il grande Dono dalle mani della Natura.

Naturalmente, non fu tanto semplice quanto sembra. Natura non facit saltus dicevano i latini, e sia per Krishnamurti, sia per Gautama, occorsero del tempo per stabilizzarsi nella nuova visione.

«Avuta l’Illuminazione» scrive Decio Cinti «il Buddha rimase ancora per molti giorni assorto in meditazioni profonde, rivolte già a sviluppare la Verità intuita. Dovette soprattutto lottare per trovare il modo di diffonderla tra gli uomini, essendo essa troppo profonda per essere compresa e accettata dalle menti comuni».

Mary Lutyens riporta, in proposito, quanto scrisse lo stesso Krishnamurti:

«Sto cercando di fare luce, cercando di costruire un ponte perché gli altri possono passare da questa parte. Più penso a quel che ho capito e più lo chiarisco, e posso aiutare a costruire un ponte, ma ci vuole tempo e continui ricambi di espressioni per arrivare a un vero significato. 
Non hai idea di com’è difficile esprimere l’inesprimibile, e quel che si esprime non è la verità. 
E così si va avanti!».

 

Tornando a Gesù, non sappiamo nulla di quanto gli avvenne nel deserto — a parte le allegorie ermetiche — sappiamo, comunque, che quando tornò in mezzo alla gente possedeva tutta un’altra visione del mondo (Lc, III, 23):

 «Gesù aveva circa trent’anni quando iniziò il suo ministero».

Ovviamente il suo ministero era caratterizzato da un insegnamento del tutto personale.

«La sua azione» nota Giuseppe Ricciotti «consisteva nel predicare una dottrina che non è né filosofica, né politica, ma esclusivamente religiosa e morale. Questa dottrina è quanto di più inaudito sia stato affermato nel mondo.

Sembrerebbe una dottrina costruita con gli scarti ripudiati concordemente a tutte le filosofie, con ciò che il mondo intero ha sempre, in tutti i paesi, gettato lungi da sé. Ciò che per il mondo è male, per Gesù è bene: ciò che per il mondo è bene, per Gesù è male.

Gesù è l’antitesi del mondo.

Il mondo, infatti, vede solo ciò che si scorge: Gesù, invece, afferma di vedere anche ciò che non si scorge.

Insegnamenti di questo genere rovesciano la stratificazione dei pensieri umani. La persona di Gesù e la sua dottrina saranno il segno di contraddizione per tutto il genere umano».

In breve, intorno a Gesù iniziarono a raccogliersi diversi ascoltatori, e alcuni di loro vedevano in lui se non un concorrente vero e proprio del Battista, un autore, comunque, non molto dissimile (Gi, IV, 1 e segg.):

«Quando poi Gesù seppe che i farisei erano a conoscenza che egli faceva più discepoli e battezzava più di Giovanni — sebbene non fosse Gesù che battezzava ma i suoi discepoli — lasciò la Giudea e si avviò di nuovo verso la Galilea».

Gesù, quindi, per evitare l’immagine errata che la gente avrebbe potuto crearsi di lui, abbandonò completamente quella regione e tornò alla sua patria.

«E venuto nella sua patria, la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti lo lodavano. Si recò a Nazareth dove era stato allevato. E molti ascoltatori rimanevano stupiti e dicevano: “Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è questa che gli è data? Non è il figlio del falegname, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone ? 
E le sue sorelle non stanno qui con noi? E si prendevano scandalo di lui[14][14]».

Man mano che maturava la sua coscienza, anche il suo insegnamento tendeva sempre più a evolversi, e non fu più accettato da molti di quelli che cercavano di seguirlo (Gi, VI, 59 e segg.):

«Insegnando nella sinagoga a Cafarnao, molti dei suoi discepoli, dopo averlo ascoltato, dissero: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?” Da allora si tirarono indietro e non andavano più con lui».

I teosofi che si erano preparati alla venuta del Maestro del Mondo, dissero la stessa cosa sull’insegnamento di Krishnamurti.

«Annie Besant» scrive Stuart Holroyd «personalmente non manifestò mai pubblicamente il disappunto e la delusione che provò, ma Leadbeater espresse i sentimenti di molti quando pronunciò l’assurda affermazione che “la Venuta era andata male”».

Leadbeater aggiunse che «la dottrina krishnamurtiana era destinata all’uomo medio e non a chi avesse già una posizione di privilegio», riporta pure Mary Lutyens citando anche la risposta di Krishnamurti:

«Voi siete i prescelti, i pochi, gli eletti? In questo caso mi dispiace, perché non parlerò agli eletti. Quello che dico lo dico per tutti, compresi gli sventurati teosofisti».

Tornando a Gesù troviamo che anche i suoi familiari cercarono di fermarlo (Mc, III, 21):

«Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: “È fuori di sé”».

«Non sapevano capacitarsi» scrive Ricciotti «che quel singolare congiunto ignaro di scuole e d’accademie, si fosse messo in testa di prendere di petto i farisei e di sconvolgere la Galilea, invece di starsene tranquillo e pacifico in casa sua».

«Ragion per cui scesero da Nazareth» aggiunge Ferdinando Prat «risoluti a farla finita con quell’eccesso di zelo che, ai loro occhi, sembrava una stravaganza pericolosa che avrebbe, prima o dopo, compromessa tutta la sua famiglia. I parenti di Gesù conoscevano il malanimo della gente, potevano anche temere una campagna di diffamazione che avrebbe potuto, di rimbalzo, recar non poca vergogna all’intera parentela. Insomma, sotto pretesto di aiutarlo e di proteggerlo, venivano per impossessarsi della sua persona. E per costringerlo, per amore o per forza, alla prudenza e alla moderazione, al silenzio e al riposo».

Gesù, a questo punto, decise di non starsene fermo soltanto in un solo luogo e tornò a portare il suo insegnamento fuori della Galilea.

«Eccoci subito a un improvviso cambiar della scena», osserva Prat, «cambia, anzi, addirittura il teatro su cui si svolgono i fatti: cambiano gli attori e le comparse; i protagonisti e le folle; i paesaggi e i costumi. Il Vangelo, dalle colline della Galilea e dalle sponde del lago di Tiberiade, passa, d’un tratto, sui monti di Giudea e sulle pianure della Perea.

Giovanni, dal canto suo, si era trasferito in un luogo chiamato Ennon (le fonti), dove abbondavano le acque correnti. È probabile che temendo ripercussioni da Erode Antipa, sul territorio nel quale era situato la Bethania, abbia voluto provvedere alla sua sicurtà, stabilendosi fra la Samaria e la città greca di Scitopoli, a circa dieci o dodici chilometri a sud di quest’ultima città»

«La maggior parte della vita pubblica passata da Gesù all’aperto» scrive Alberto Di Maria «al contatto con la natura, esposto a tutte le intemperie, fu un continuo pellegrinare attraverso i monti e le valli della sua terra; un viaggiare continuo dalla Galilea alla Samaria, alla Giudea fino ai dintorni di Tiro e Sidone. Sorgevano discussioni, oltre alle solite prediche, si aggiungevano le estenuanti spiegazioni ai discepoli, rese gravose dalla loro incomprensione e dal loro orgoglio».

Data la situazione del tempo, non mancava chi vedeva in lui il Messia liberatore (Lc, XIX, 11):

«Si era vicino a Gerusalemme ed essi credevano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro».

«Un comune giudeo», considera Ricciotti, «di quelli che aspettavano il Regno messianico-politico, comprendeva poco o nulla del vero insegnamento di Gesù. Il comune giudeo aspettava il fulgente re conquistatore, aspettava che l’istituzione del reame calasse belle pronto dalle nubi del cielo, tra portenti fragorosi, e qui, invece, si accennava a un segreto lavorio dello spirito e alla vittoria sulle passioni e sugli interessi mondani. Il comune giudeo, dunque, vedeva e non vedeva attraverso l’insegnamento; e qualora fosse rimasto tenacemente attaccato alle sue vecchie concezioni, avrebbe reso più crasso il suo cuore e sempre più dure le sue orecchie, rifiutando il totale cambiamento di mente a cui l’insegnamento, prudentemente, l’invitava».

In questo modo possiamo dire, senza timore di sbagliarci, che la fama di Gesù cresceva più per il richiamo propriamente messianico che era proprio di quel popolo, che per il suo stesso insegnamento.

Infatti, Giovanni (II, 24) scrive che «Gesù, però, non si confidava con loro, perché li conosceva tutti».

Quindi, Gesù, ovunque si recava, doveva sempre stare attento all’immagine che la gente poteva crearsi di lui. Infatti, l’immagine di Messia, data la situazione politica del tempo, era estremamente pericolosa e, purtroppo, la gente non sperava ad altro. Vediamo che non esitarono a interrogarlo su questa scottante questione (Gi, X, 22 e segg.):

«Ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno, Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. Allora i giudei gli si fecero attorno e gli chiesero: “Fino a quando terrai l’animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo dillo a noi apertamente”».

Non mancarono anche tentativi di sfruttare la sua personalità: si cercò pure d’incoronarlo re con la forza, (Gi, VI, 15):

«Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo».

Possiamo vedere ancora il rivelarsi di questi animi combattivi e pronti a liberare Israele dal dominio dei pagani, sotto gli ordini del Messia (Lc, XXII, 36 e segg.):

«Ora, chi ha una borsa la prenda, e così pure una bisaccia; chi non ha una spada, vendi il mantello e ne compri una”. Ed essi dissero: “Signore, ecco qui due spade”. Ma egli rispose: “Basta”».

«Ciò non può significare», nota Oscar Cullman, «che le due spade bastino, ma io propongo la spiegazione che, in tal maniera, Gesù taglia corto al discorso. Quando si avvede che i suoi discepoli comprendono la sua raccomandazione nel senso proprio degli zeloti di comprare una spada, li fa smettere: “Basta così”, allo stesso modo che impone il silenzio quando gli si attribuisce il titolo equivoco di Messia».

                        A questo proposito faremo notare quant’è vago il confine tra la realtà e l’allegoria, perché, nell’esoterismo dell’Arte sacra, la borsa o, meglio ancora, la bisaccia è l’emblema delle due nature dell’Opera con le due tasche o cavità che la costituiscono, ed era, tradizionalmente, un attributo dei pellegrini. Per quanto riguarda la spada, essa indica l’unico principio dotato dei due poteri: quello di uccidere e quello di risuscitare.

«La spada» insegna Fulcanelli «è il geroglifico del fuoco che penetra, mortifica e cambia le proprietà delle cose. L’energia dello Spirito Universale ha la sua firma nel gladio e il gladio ha una corrispondenza nel Sole, perché quest’ultimo è l’animatore e il modificatore perpetuo di tutte le cose corporee».

 

Abbiamo letto che Gesù era stato prima sulla montagna da solo. Infatti, questo “solitario”, proprio come Krishnamurti, amava ritirarsi in solitudine, in intimo contatto con la Natura.

«E congedata la folla, salì sul monte solo a pregare, e giunta la sera, egli era là solo.

0    Ed avvenne, in quel giorno, che se ne andò sulla montagna a pregare, e trascorse tutta la notte in orazione a Dio.

E al mattino si alzò quand’era ancora molto buio e, uscito di casa, si allontanò in un luogo deserto, e là pregava.

Nella notte usciva e si tratteneva sul Monte degli Ulivi[15][15]».

Possiamo vedere come questo comportamento sconcerti in ciò che raccontò lo stesso Krishnamurti: «Una volta ho parlato con uno dell’FBI, è venuto a trovarmi e mi ha chiesto: “Perché passeggia sempre da solo ? 
Perché è tanto solo ? La vedo passeggiare da solo tra le colline. Perché ?” A lui sembrava molto inquietante».

Ma cosa accadeva a Gesù e a Krishnamurti ? Sentiamo il nostro contemporaneo:

«Mi sono svegliato nel cuore della notte con la Diversità nella stanza. Era incredibilmente così piena di energia che era impossibile restare a letto, e sul terrazzo, con il vento che soffiava fresco, la sua intensità è continuata.

Lì, sulla veranda, con Orione ad ovest nel cielo, la furia della Bellezza spazzò via le difese del tempo. Mentre si medita, lì, oltre i limiti del tempo, e si vede il cielo fiammeggiante di stelle e la Terra silenziosa, la Bellezza è l’Essenza».

                       

«Che tipo era quest’uomo» si chiede Michael Grant «il cui breve periodo attivo all’età di trent’anni era destinato a lasciare un’impronta indelebile nel mondo ? I Vangeli sono curiosamente reticenti riguardo alle pulsioni interne e agli stati d’animo di Gesù. Pur circondato dalla gente, era solitario e rimase enigmatico. Ed era consapevole di essere così. “Chi dice la gente che io sia ?”. 
È una domanda che riecheggia provocatoriamente per tutto il Nuovo Testamento».

Ed è stata, precisamente, la vera e unica preoccupazione di Gesù.

Intanto, il suo insegnamento continuava ad affascinare e un membro del Sinedrio volle andare da lui di notte.

«C’era allora in Gerusalemme» scrive Ricciotti «un insigne fariseo e maestro della legge, uomo onesto e di rette intenzioni; ma era anche membro del sinedrio, e questa sua condizione sociale imponeva, evidentemente, molta cautela e prudenza alla sua condotta politica. Egli nell’ascoltare l’insegnamento di Gesù era rimasto scosso ma, d’altra parte, la sua formazione intellettuale farisaica, gli consigliava oculato riserbo di fronte a un “rabbì” che non era passato per scuole speciali. Fra questo ansioso contrasto egli prende una via di mezzo, e si reca a visitare Gesù di notte: nel silenzio della notte si ragiona con più raccoglimento, e soprattutto non si è facilmente riconosciuti da estranei.

Il colloquio fu lungo e forse si protrasse per tutta la notte. Cominciò Nicodemo, e riferendosi a ciò che lo aveva scosso intimamente disse a Gesù (Gi, III, 23):

“Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; poiché nessuno potrebbe dire ciò che sai se Dio non fosse con lui”. Gesù rispose e gli disse: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce di nuovo, non può vedere il Regno di Dio”.

Nicodemo era troppo intelligente per interpretare queste parole in senso materiale: anche i suoi colleghi rabbini parlavano di rinascita in senso spirituale, applicandola, specialmente, a chi si riavvicinava al Dio d’Israele o dall’empietà o dal paganesimo, e altrettanto faceva, con diverso impiego, Filone in Alessandria. Ma a Nicodemo sfuggiva, appunto, il senso racchiuso nelle parole di Gesù e, quindi, per provocare la spiegazione s’atteggia ad ottuso di mente (III, 4 e segg.): “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Potrebbe forse entrare di nuovo nel seno della madre e rinascere?”. Gli rispose Gesù: “Non si può vedere il Regno di Dio se non si è già entrati in esso, e l’entrarvi non è affatto d’industrie umane. Quel che è generato dalla carne è carne, e quel che è generato dallo Spirito è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove venga o dove vada: così è di chiunque è nato dallo Spirito”.

Il paragone tra l’azione dello Spirito e quello del vento ha trasportato Nicodemo in un mondo a lui ignoto, in cui il fariseo si sente sperduto.

(III, 9): “Replicò Nicodemo: ‘Come può accadere questo?’”. La replica di Gesù s’inizia con una spontanea riflessione sull’ufficio di Nicodemo (III, 10-11): “Ma come? Tu sei il “maestro” d’Israele, e non sai queste cose ? 
E che cosa insegni, se non tratti dell’azione dello Spirito sugli spiriti ? Noi parliamo di quel che sappiamo e attestiamo quello che abbiamo veduto, ma voi non accettate la nostra testimonianza”».

Anche il Buddha fu visitato di notte da un personaggio speciale.

«A quel tempo vi era in Benares un nobile giovane di nome Yashas, figlio di un ricco mercante. Turbato nell’animo per i dolori del mondo, egli si alzò furtivamente di notte e si recò dal Beato.

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