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Bibliografia
di Gesu' Su
Gesù — chi non lo sa ? — sono state dette e scritte tante cose.
Oltre alla classica immagine del Figlio di Dio o l’inviato di Dio,
su di lui sono state fatte le congetture più paradossali. C’è chi l’ha fatto andare in Oriente — patria del mistero e del
meraviglioso — dove avrebbe appreso l’arte del guarire. Chi l’ha
fatto andare a Heliopolis, in Egitto, per ricevere l’iniziazione e
affrontare, così, la sua divina missione; e chi non l’ha fatto
scomodare tanto: l’iniziazione, per così dire, Gesù l’avrebbe
ricevuta in “casa”, dagli esseni, che costituivano una setta
dedita a pratiche di ascetismo vivendo al di fuori della comunità
ebraica. Infine ci sono stati molti che l’hanno visto come un
rivoluzionario che avrebbe voluto scacciare l’invasore romano.
Quest’ultima
ipotesi, per quanto possa suonare piuttosto strana come le altre,
possiede dei validi fondamenti storici. Nonostante l’intervento di numerosi studiosi, molte persone
ignorano che al tempo di Gesù vi erano degli israeliti che si
proponevano al loro popolo come il Messia promesso.
«Nessun
ebreo» scrive David Donnini «si scandalizza all’idea che il Messia
fosse un guerriero la cui personalità ed autorità religiosa era
intimamente legata a quella politica e militare».
Si
trattavano, quindi, di leaders rivoluzionari che si sollevavano
contro l’occupazione romana. All’inizio erano soltanto azioni
sporadiche di guerriglia; ma sotto
Erode il Grande (37-4 a.C.) divenne un vero movimento di liberazione
nazionale, molto più organizzato e intransigente.
Per il loro estremo fanatismo i componenti furono definiti zeloti, cioè
che erano pieni di zelo per la legge.
L’ala estremista del movimento
fu detta dei “sicari” (dal latino sica, “pugnale”).
Si chiamavano così poiché praticavano atti di terrorismo nascondendo
i pugnali sotto le vesti e colpendo, nei luoghi affollati, i cittadini
romani e le autorità ebraiche accusate di collaborazionismo. Le loro
azioni a volte erano così avventate da costituire vere e proprie
missioni suicide, che ci ricordano gli attuali palestinesi che
riempiono i telegiornali di tutto il mondo.
«A
causa della loro intransigenza» scrive Joel Carmichael «sono passati
alla storia, per lo meno nella maggior parte della storia, con una
cattiva fama. In generale, in scritti riguardanti questo periodo sono
indicati come “ladri”, “briganti”, “criminali”, e così
via, parole che sono l’equivalente di “ribelle” nella
terminologia moderna, e che indicavano quasi invariabilmente insorti
militari contro il potere di Roma e dei suoi vassalli».
Nella
storia ebraica questa non è stata unica, nel primo libro dei Maccabei
(II, 23 e segg.), si parla di un certo Mattatia,
capo dei rivoluzionari, quando Gerusalemme finì sotto l’occupazione
di Antioco IV Epifano (215-164 ca. a.C.), re di Siria.
«Un
uomo di Giuda si avvicinò, sotto gli occhi di tutti, per sacrificare
all’altare che era in Modin, secondo il comando del re. Come lo
vide, Mattatia s’infiammò di zelo e precipitandosi lo trucidò
sull’altare. Uccise pure, nel medesimo tempo, l’uomo del re che
costringeva a sacrificare e rovesciò l’altare. Egli agiva per zelo
per la legge, come aveva fatto Pincas contro Zambri, figlio di Salom.
Poi Mattatia si mise a gridare per la città: “Chiunque ha zelo per
la legge e sta per l’alleanza, venga dietro di me!”. Fuggì con i
suoi figli verso i monti, lasciando tutto ciò che avevano nella città».
Negli
Atti degli Apostoli
(V, 34 e segg.), al riguardo dei rivoluzionari che si
sollevavano contro Roma, si legge:
«Si alzò allora nel
Sinedrio un fariseo, di nome Gamaliele, dottore della legge, stimato
presso tutto il popolo, e disse: “Qualche tempo fa venne Teuda,
dicendo di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento
uomini. Ma fu ucciso, e quanti s’erano lasciati persuadere da lui si
dispersero e finirono nel nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo,
al tempo del censimento, e indusse molta gente a seguirlo, ma
anch’egli perì e quanti s’erano lasciati persuadere da lui furono
dispersi».
Secondo
Carmichael «la fine di Giuda il Galileo è oscura. Ma non fu il solo
ribelle di rilievo: a Perea venne fuori un uomo di nome Simone, che
era stato schiavo di Erode ed era famoso per la sua bellezza e per la
sua forza fisica, come pure un pastore dallo strano nome di Athrongas,
celebre anche lui per la sua gigantesca statura e la straordinaria
forza fisica.
Entrambi
questi uomini avanzarono le loro pretese a governare la Giudea. Furono
entrambi giustiziati, ma Giuda il Galileo tenne duro “al di
fuori”, sulle montagne e nei deserti, anche dopo che la rivolta del
4. a.C. fu schiacciata dal generale romano Varo e migliaia d’insorti
furono crocifissi.
Gli
zeloti diventarono sempre più pericolosi, specialmente nel periodo
dal 49 al 64 d.C.
Alla fine la situazione giunse a uno sbocco con la penultima delle
guerre giudee contro Roma, sotto Tiberio Alessandro, che alla fine
portò all’estinzione dello stato giudeo nel 70 d.C.
La rivolta finale fu guidata da un figlio di Giuda il Galileo, Menahen,
che fu ucciso da dei rivali della sua stessa parte mentre si dirigeva
a Gerusalemme per esservi incoronato re dei giudei. Gli altri figli
del Galileo, Simone e Giacomo, furono crocifissi dai romani nel 67
d.C.
Mentre
l’oppressione romana cresceva, un intransigente dopo l’altro si
presentava come il Messia promesso al suo popolo tormentato».
«È
un dato di fatto» aggiunge Donnini «che alcuni di questi latrones,
così li definivano i romani, si sono dichiarati Messia di Israele.
Hanno tentato disperate imprese militari, conclusesi regolarmente in
un bagno di sangue.
Il
destino di tutti i pretendenti liberatori messianici è stato unanime:
hanno terminato la loro dura esistenza sulla croce; essendo la
crocifissione il tipo di condanna che i romani riservavano agli
schiavi e ai ribelli delle province imperiali».
Vittorio
Messori fa rilevare uno di quei Messia che sicuramente avrà avuto più
successo degli altri. Si tratta, scrive, di «Bar Kokheba, il vertice
del messianismo ebraico in senso non solo cronologico ma anche ideale.
Si chiamava Simone, l’altro nome gli fu dato a riconoscimento dei
suoi titoli messianici. Bar Kokheba significa, infatti, in aramaico
“figlio della stella”, un termine applicato soltanto al Messia.
Del resto, il più celebre tra i rabbini e dottori della legge, Akiba
il Grande, riconobbe in lui pubblicamente il Cristo. La grandezza
delle gesta di Simone il Magnifico e il riconoscimento ufficiale da
parte dei sacerdoti, finirono col trascinare tutti dietro di lui.
Nel
132 d.C. Bar Kokheba riuscì a cacciare i romani da Gerusalemme.
L’entusiasmo dilagò incontenibile, tanto che si batterono subito le
monete del regno così a lungo atteso. Portavano l’iscrizione:
“Anno Primo della Redenzione d’Israele”. Il primo anno, cioè,
dell’Era Messianica.
Seguirono
altre esaltanti vittorie che convinsero anche quei dottori della legge
ancora perplessi che il Messia era davvero giunto. Quando Roma passò
al contrattacco, la lotta divampò terribile. La resistenza degli
ebrei, fanatizzati dalla certezza di combattere sotto le insegne del
Cristo d’Israele, fu tale “da stupire il mondo intero”, come
scrisse lo storico antico Dione Cassio. Tanta era la fede che i
legionari romani dovettero espugnare, con perdite sanguinose, ben 50
fortezze e 985 tra città e villaggi.
Quando
l’incredibile resistenza terminò con la seconda rovina totale di
Israele, crollò anche la fede in quel Messia».
Questa
era la realtà storica del tempo di Gesù, e che pone non pochi
inquietanti interrogativi sulla sua persona, tanto che sin dai primi
secoli del cristianesimo vi sono stati forti sospetti che Gesù fosse
stato soltanto uno dei tanti rivoluzionari dell’epoca.
Ad
alimentare questa tesi hanno contribuito pure i primi tre Vangeli
(sinottici). Infatti, nonostante si descriva il continuo peregrinare
di Gesù insegnando alla gente in diversi luoghi, per esaltare il suo
sacrificio allegorico si pone l’accento al viaggio verso Gerusalemme
dove, una volta arrivato, fu giustiziato dalle autorità romane con la
classica crocifissione.
«Mentre
stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si
diresse decisamente verso Gerusalemme.
Mentre
saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici e lungo la via
disse loro: “Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme e il Figlio
dell’uomo sarà condannato a morte… dette queste cose proseguì
avanti agli altri salendo verso Gerusalemme[1][1]».
Nello
stesso processo, Gesù è presentato come un sollevatore di popolo (Luca
XXIII, 5):
«Costui
solleva il popolo insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato
dalla Galilea fino a qui».
David
Donnini sembra buttare benzina sul fuoco, scrivendo che «la Galilea
era la patria delle idee rivoluzionarie che infiammarono la Palestina
di rivolte e sommosse contro il dominio romano; fino alla guerra
finale degli anni 66-70 d.C. Addirittura l’appellativo “galilei”
era diventato sinonimo di “ribelli”, “cospiratori”,
“sovversivi”».
Gli
storici latini sono sullo stesso tema. Nel I secolo, Publio Cornelio
Tacito (Gli Annali, XV, 44) scrive che «il nome [cristiani]
deriva da un certo Cristo, il quale, sotto l’imperatore Tiberio, era
stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato».
Anche
Svetonio (Claudius, XXV, 4) scrive che i cristiani erano «giudei
che l’imperatore Claudio aveva espulso dalla città, perché erano
sempre in lotta, su istigazione di Cristo».
I
romani ostacolarono il cristianesimo, contrariamente all’uso di
tollerare la religione dei popoli sottomessi, poiché i vari Cristi
erano sempre stati leaders d’Israele che loro dovettero
combattere. La parola “Cristo”, infatti, è la traduzione greca
dell’ebraico “Messia[2][2]”.
Esiste,
inoltre, un’altra realtà storica: la controversia sollevata da
coloro che proclamano la non storicità di Gesù, poiché di lui si
tace in tutta la letteratura ordinaria di quel periodo, asserendo: «I paralitici
camminavano, i ciechi vedevano e i morti risuscitavano, ma gli storici
di Palestina, Grecia e Roma non ne ebbero notizia».
«Il
re Erode, Ponzio Pilato e altre figure della storia evangelica»
scrive Alan Millard «appaiono anche nei libri di Filone e di Flavio
Giuseppe. Le monete attestano autonomamente l’esistenza di Erode, la
lapide di Cesarea quella di Pilato. Di Gesù non c’è nessun segno».
«Di
fatto» aggiunge Acharia_s «non esiste nessun riferimento per
l’individuazione di un Gesù storico, da parte di qualsiasi
scrittore, noto ed operante, durante e dopo il verificarsi dei
supposti eventi a Gesù stesso riferiti. Walker dice: “Nessun
letterato di quei tempi parla di lui in uno qualsiasi degli scritti
conosciuti.” Un eminente storico e filosofo, ebreo-ellenista, quale
Filone di Alessandria (20 a.C. 50 d.C.), vissuto quindi nel supposto tempo
di Gesù, non ne fa alcun cenno. E parimenti si comportano gli altri
40 storici che vissero e scrissero nel corso del primo e del secondo
secolo dell’era volgare”. Rimangono abbastanza lavori, di (questi)
autori, per mettere in piedi una intera biblioteca. Eppure in tutta
questa mole di letteratura ebraica e pagana, al di fuori di due brani
falsificati nell’opera di un autore ebraico e di due brani
discutibili attribuiti ad uno
scrittore romano[3][3],
non si riesce a trovare il
minimo accenno a Gesu. Il loro silenzio è quindi
una indiscutibile prova contro i sostenitori della figura storica di
Gesu.
Al
costante rigurgito da parte degli apologisti cristiani, il Dott. Alvin
Boyd Kuhn oppone le seguenti argomentazioni:
“Per
prima cosa gli storici che nei loro lavori annotano la presunta
esistenza di Gesù, sono solo quattro: Plinio, Tacito, Svetonio e
Giuseppe Flavio; nei lavori di ciascuno di essi appaiono alcuni brevi
paragrafi, due in quello di Giuseppe Flavio. La quantità di questo
materiale, come calcolata da Harry Elmer Barnes in The Twilight of
Chistianity, ammonta a circa 24 righe.
Ma supponiamo che questo totale possa essere un po’ di più, diciamo
il doppio. Quindi, una tanto scarsa testimonianza, costituirebbe il
nucleo del complesso di prove di “uno dei meglio dimostrati eventi
della storia”».
Così,
sia gli antichi osservatori, sia molti studiosi attuali ritengono la
storia di Gesù soltanto una favola come altri miti divini.
«Horus»
scrive Acharia_s «è stato generato dalla vergine Iside, il 25
Dicembre, in una stalla; la sua nascita fu annunciata in Oriente da
una stella e fu assistita da tre importanti personaggi.
Ebbe
12 discepoli. Compì miracoli e risuscitò un uomo chiamato El-Azar-us[4][4]. Camminò sulle acque.
Si trasfigurò
sulla cima di un monte. Fu crocifisso, chiuso in una tomba e
resuscitato.
Nelle
catacombe di Roma, ci sono dei dipinti di Horus bambino tra le braccia
della vergine madre Iside — il prototipo della Madonna
con Bambino — e la stessa struttura organizzativa del
Vaticano è costruita similmente a quella del papato di Mitra. La
gerarchia cristiana è del tutto identica a quella (ben più antica)
della precedente versione mitraica. In pratica, quindi, tutti gli
elementi del rituale cattolico, dall’ostia all’acqua santa,
dall’altare alla liturgia sono presi direttamente dalle primitive
religioni misteriche pagane.
La
storia di Mitra precede la leggenda cristiana di almeno 600 anni.
Secondo Wheless il culto di Mitra fu, nell’età appena precedente
l’era cristiana, la religione più popolare e la più diffusa tra i
pagani di quel tempo.
Mitra ha in comune con il Cristo le seguenti
caratteristiche: fu partorito da una vergine il 25 Dicembre.
Aveva 12
compagni o discepoli. Fece dei miracoli. Fu sepolto in una tomba. Dopo
tre giorni risorse.
L’evento della sua resurrezione divenne la sua
principale celebrazione, quella che più tardi fu detta Pasqua.
Il suo
giorno consacrato era la domenica, il
giorno del Signore, centinaia
di anni prima della venuta di Cristo.
Krishna
è stato partorito dalla vergine Devaki (la Divina) il 25 Dicembre.
Suo padre era un falegname.
La sua nascita fu assistita da angeli,
uomini saggi e pastori e gli furono donati oro, incenso e mirra.
Egli
fu perseguitato da un tiranno che ordinò l’uccisione di migliaia di
bambini. Operò miracoli
e prodigi.
Risuscitò i morti, guarì i lebbrosi, i muti ed i ciechi.
Si trasfigurò di fronte ai suoi discepoli. Secondo alcune tradizioni
morì su un albero o fu crocifisso tra due ladroni. Risuscitò dalla
morte ed ascese in cielo.
Egli
era la seconda persona della trinità.
Si
scopre quindi che la storia di Gesù è stata ritagliata da alcuni
miti, o da eroi mitici, presenti in tutte le parti del mondo e
risalenti a tempi collocabili in un passato estremamente remoto.
Il
dibattito sulla natura di Gesù è praticamente iniziato con la
nascita del cristianesimo.
Gli stessi Padri della chiesa hanno lasciato intendere, nei loro
scritti, come siano stati più volte costretti a battersi per
difendere ciò che i non cristiani consideravano come un
racconto assurdo e pretestuoso, messo in piedi a dispetto di qualsiasi
riscontro storico. Ecco cosa il Rev. Robert Taylor scrive a questo
proposito:
“A partire dall’età degli Apostoli in poi, con un
susseguirsi mai interrotto, l’esistenza terrena del Cristo fu sempre
fermamente negata; in particolar modo ciò avvenne nei tempi primitivi
del cristianesimo”».
Agli
albori del cristianesimo, Eusebio di Cesarea, vescovo e scrittore
cristiano greco, dovette per forza di cose ammettere: «I nostri
modi di comportamento unitamente ai nostri principi religiosi, non
sono stati inventati recentemente da noi, ma la maggior parte degli
umani principi fu costruita sui naturali concetti di coloro che
amavano Dio nel remoto passato».
Se
si fosse chiesto a quel grande Iniziato di Fulcanelli, quale era la
sua opinione, avrebbe certamente risposto che «la verità, sempre
simile a se stessa, si esprime con l’aiuto di mezzi e di finzioni
analogiche».
Infatti,
tutto è stabilito secondo la rigorosa legge analogica ermetica.
Però, se molti studiosi non sono andati oltre il semplice
concatenamento analogico, a Donnini non è sfuggito un fatto assai
importante, cioè che «nei Vangeli c’è un duplice aspetto:
quello esteriore, accessibile a chiunque, costituito dalla mitologia
di Gesù destinato alle catechesi delle masse, e quello occulto,
costituito dagli insegnamenti iniziatici, destinato ai pochi, agli
eletti».
Infatti,
i Vangeli, come altre opere religiose, sono dei testi
iniziatici; per questo motivo sono pieni di tante frasi allegoriche,
quindi misteriose e contraddittorie, caratteristica dell’esoterismo.
È quanto ha rilevato Carmichael, parlando di «quelle discordanze nei
Vangeli che tuttora disorientano studiosi e profani. Che
straordinaria impressione ci fanno. Che affascinante intreccio di
enigmi, contraddizioni, lacune, allusioni e indicazioni».
Nella
simbologia dell’Arte sacra Cristo interpreta le due nature della
Grande Opera; pertanto è definito sia Cristo-Luce sia Cristo-materia.
Cioè, è considerato, a un tempo, Creatore e creatura. Maestro della
filosofia e materia dei filosofi.
Particolare
importante però, è che se diversi avvenimenti della vita di Gesù le
ritroviamo, tradizionalmente, nella storia di personaggi assolutamente
mitici, altre allegorie si ritrovano anche in un personaggio storico
come il Buddha, giacché pure la sua vita si confonde nella storia dei
personaggi leggendari.
La
domanda da porsi, quindi, è perché gli antichi Maestri — autori
dei testi sacri — hanno cosparso di allegorie anche personaggi
reali, onorandoli di titoli divini e fondando nel loro nome nuove
religioni ? Specialmente se uno di questi fosse stato un semplice
rivoluzionario ?
Ora,
grazie alla conoscenza dell’ermetismo possiamo redigere una nuova
biografia di Gesù, poiché, discernendo il vero dal falso, abbiamo
maggiore probabilità di una veridica interpretazione della vita di
questo personaggio, che tanto ha affascinato milioni di persone negli
ultimi duemila anni.
Michael
Grant sembra intuire questa situazione quando, parlando degli
Evangelisti, scrive che «essi ci forniscono un’enorme quantità
d’informazioni sulla vita di Gesù. Essi ci dicono, anzi, quasi
tutto ciò che si sa di lui. Se solo si riesce a discernere ciò che
è autentico, da quello che loro o le loro fonti hanno aggiunto, si
ottiene una miniera di materiale dal valore incalcolabile».
Infatti,
è quasi impossibile cercare di ricostruire la vita di Gesù
letteralmente come narrano i Vangeli, a causa della presenza
dell’alta scienza che, con la sua indiscutibile superiorità,
avverte: «Chi ha orecchi per intendere, intenda[5][5]!»
È grazie a questo che sono potuti sorgere diverse biografie di Gesù.
«È
molto tempo che si è cercato di scrivere biografie di Gesù».
Osserva Grant. «Ve ne sono più di qualunque altro personaggio della
storia; ne sono stati scritti sessantamila solo nel secolo XIX».
«Ovviamente
è stata la stessa frammentarietà delle fonti» aggiunge Carmichael
«che esprimevano tanti differenti punti di vista, a permettere che
venissero scritti tanti libri: un’abbondanza d’informazioni
avrebbe ristretto le possibilità».
«In
realtà» prosegue Vittorio Messori «da molti secoli il dibattito su
Gesù è la riserva di caccia, gelosamente sorvegliata, di chierici e
di laici accademici, spesso a loro volta ex chierici. Sono gli
specialisti che hanno prodotto e producono migliaia di volumi,
confutandosi a vicenda in una interminabile disputa di dotti».
Il
Vangelo di Giovanni, contrariamente ai sinottici, esalta
diversamente il sacrificio allegorico, e riferisce che Gesù durante i
suoi itinerari, parlando alla gente, si recò più volte a Gerusalemme[6][6].
«Il
Vangelo secondo Giovanni è completamente diverso dagli altri
tre». Sostiene Grant «Giovanni afferma ripetutamente di basarsi su
testimonianze oculari[7][7]
e, nonostante le sue profonde preoccupazioni teologiche, è attento a
porre il materiale in forma storica. Egli è inoltre ben consapevole
degli aspetti pratici della vita umana di Gesù.
Il
grosso problema è la divergenza tra un Vangelo e un altro.
Ireneo, che scrisse cento anni dopo, li chiamò il quadruplice Vangelo:
ma questa definizione non tiene conto delle grosse differenze che vi
sono tra uno e l’altro.
È vero che almeno i primi tre hanno una
grossa parte di contesto in comune, e per questo motivo vengono
chiamati sinottici, dalla parola greca synopsis, vedere
insieme; è possibile studiarli simultaneamente e comparativamente, in
colonne parallele.
Le differenze restano comunque numerose ed estese. La loro
esplorazione è una delle maggiori conquiste della ricerca moderna. E
anche se non è stato possibile stabilire chi fossero gli Evangelisti,
emergono quattro personalità distinte, così distinte che spesso
sembrano descrivere non un solo Gesù, ma quattro.
È perciò
fondamentale cercare di determinare le proporzioni in cui questi
quattro quadri distinti descrivono il Gesù che davvero è esistito».
Osserviamo
ancora il luogo dove Gesù è vissuto. Particolare importante per la
vita degli ebrei era che la tradizione imponeva loro di non
sottomettersi agli stranieri, questo era un ulteriore motivo di
dissenso con gli occupanti. Diversi arrivarono persino ad abbandonare
le città, costoro erano indicati come baryonim.
«Il
termine baryonim viene da una parola aramaica che significa
“aperta campagna”» scrive Carmichael «indicava quelle persone
che vivevano in aperta campagna fuori delle città.
Questo
problema del vivere “al di fuori” non è una semplice questione di
geografia. Dal punto di vista della religiosità ebraica, “lasciare
le città” era profondamente significativo quale metodo per evitare
l’apostasia, o il peccato, o come minimo l’impurità, del vivere
sotto adoratori di idoli.
Perché
se consideriamo il potere di Roma, per i pii giudei rimanevano solo
due modi di seguire la Torah (“legge della regalità” del Deuteronomio,
XVII, 14-15) che proibiva di sottomettersi alla dominazione degli
stranieri: sconfiggere i romani o fuggire. Quindi, il solo modo per
eludere l’apostasia, era rinunciare a tutto e andare nel deserto,
essere purificati lì come gli antichi ebrei[8][8]».
Gesù,
prima della sua vita pubblica, s’incontrò con un misterioso
personaggio.
«In
quel tempo Gesù da Nazareth[9][9] della Galilea andò al Giordano da
Giovanni per farsi battezzare da lui[10][10]».
Chi
è questo personaggio che attirò la sua attenzione ? E perché ?
I
Vangeli[11][11] sono molto precisi sul periodo in
cui questo Giovanni iniziò la sua attività:
«Nell’anno
decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era
governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo
fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania
tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la
parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto.
Ed
egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo
di conversione per il perdono dei peccati. Accorreva da lui tutta la
regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme, e si
facevano battezzare da lui nel fiume Giordano mentre confessavano le
proprie colpe. Giovanni portava un vestito di peli di cammello con una
cintura di pelle attorno ai fianchi».
«La
figura di Giovanni Battista» sostiene Carmichael «anche se
profondamente collegata all’avvio della carriera di Gesù, rimane
irrimediabilmente oscura.
Le
sole informazioni che abbiamo su di lui sono contenuti nei quattro Vangeli
e in Giuseppe Flavio (37-95d.C.), il famoso storico giudeo che fu al
servizio dei romani e che costituisce la nostra sola fonte esterna per
tutto questo periodo. Ci sono circa quindici riferimenti al Battista
nei Vangeli, e una in Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche,
libro 18).
Giuseppe
Flavio parla del Battista come di un giusto, il cui messaggio ai
giudei consisteva solo in qualche eccellente consiglio circa la virtù,
la giustizia e la pietà. Giuseppe Flavio dice che la morte del
Battista, per ordine del tetrarca Erode Antipa, fu dovuta
semplicemente all’incomprensibile paura di Erode che i consigli
etici di Giovanni potessero condurre, in qualche modo, a un movimento
per spodestarlo, che egli scongiurò facendo catturare, imprigionare e
uccidere Giovanni. Secondo Giuseppe Flavio, tutto quello che il
Battista voleva era purificare, col battesimo, i corpi di coloro che
con la vita virtuosa avevano già purificato le loro anime e si erano,
così, resi bene accetti a Dio; fu l’eloquenza del Battista, secondo
Giuseppe Flavio, che radunò la gente intorno a lui e allarmò Erode».
Da
dove veniva Giovanni Battista ? Alcuni autori sostengono che doveva
essere uno degli esseni che venivano esclusi dalla comunità. Qui la
principale caratteristica era la stretta osservanza delle norme di
purità rituale, come la pratica scrupolosa delle abluzioni.
«Gli
esseni» scrive Ferdinando Prat «due volte al giorno, interrompendo
il lavoro assegnato a ciascuno, facevano un bagno indossando
dopo abiti bianchi».
«Prima
del 1947» scrive Alan Millard «la
vita di Giovanni nel deserto era un mistero. Poi, quando furono
scoperti i rotoli del Mar Morto, qualche studioso ipotizzò che
Giovanni appartenesse al gruppo di persone che li possedevano.
L’insediamento di Qumran si trovava certamente nel deserto. La sua
regola ordinava ai membri di purificarsi con battesimi e bagni prima
delle assemblee e dei pasti. La disobbedienza alla comunità provocava
l’espulsione. Giovanni visse in quel luogo una parte della vita? Non
è possibile rispondere con precisione a questa domanda».
«Se
Giovanni» aggiunge Carmichael «ebbe delle affinità settarie con il
monastero, o i monasteri di Ein Gedi o Qumran[1][12],
con la loro vita in comune e i loro rituali, allora i nostri testi
evangelici ce le nascondono; una possibilità, naturalmente, del tutto
concepibile. Diversamente Giovanni, nei termini dell’impressione
generale prodotta in noi dalle fonti, si presentava come un fenomeno
corrente del tempo. Lo stesso Giuseppe Flavio afferma di aver
trascorso tre anni con un certo eremita chiamato Bannos (che
significa un “battista”), che si vestiva e si nutriva di tutto
quello che offrivano gli alberi, e che si bagnava di frequente per
conservarsi puro.
A
quei tempi il cosiddetto “deserto” era l’appuntamento favorito
dei malcontenti. Non era la vasta distesa desolata di sabbia come
siamo propensi a immaginare. Il deserto di cui si parla, per esempio,
in Marco, è la valle del corso inferiore del Giordano vicino al Mar
Morto. Questa località ha una densa vegetazione, tra cui veri e
propri alberi, e il punto stesso dove la tradizione cristiana colloca
il battesimo di Gesù per mano di Giovanni, assomiglia, o in ogni caso
deve essere sembrato a quei tempi, a un turbolento fiume americano o
europeo.
La parola “deserto” significava, semplicemente, che era per la
maggior parte disabitato, con l’eccezione di un monastero, qualche
stazione per i pellegrini e così via».
È
assai probabile, dunque, che quei bannos furono coloro che
venivano espulsi dalla comunità degli esseni.
Sicuramente
intorno al Battista si riunirono i baryonim e i quietisti.
Carmichael scrive che «i quietisti si accontentavano di aspettare
pazientemente finché a Dio non sembrasse opportuno liberare il suo
popolo dal giogo pagano. Naturalmente questa posizione quietista aveva
il vantaggio di non preoccupare le autorità; i singoli quietisti
potevano diffondersi senza danni.
Dal punto di vista romano era l’ideale. I giudei quietisti, sebbene
anch’essi come gli altri devoti adoratori di Jahvè odiassero
l’iniquità del loro dominatore pagano, non arrivavano al limite
della violenza.
La
ragione per cui i seguaci si riunivano intorno al Battista, era
l’impulso religioso di cui abbiamo parlato prima: il desiderio di
evitare di contaminarsi con gli adoratori di idoli, in conformità con
la legge della regalità, e l’adozione di una buona vita. Esiste
un’antica biografia del Battista secondo la quale egli consigliava
ai suoi seguaci di “lasciare la città”, un programma che
naturalmente avrebbe allarmato le autorità se avesse assunto
proporzioni considerevoli. Sarebbe stata una secessione popolare; le
autorità sarebbero naturalmente intervenute, e altrettanto
naturalmente con violenza.
In
breve, Giovanni Battista andò incontro alla sua morte per aver
coinvolto i suoi seguaci in una massiccia secessione dallo stato».
D’altra
parte, una resistenza pacifica nei confronti dei dominatori stranieri
non è la prima volta nella storia. Illuminante è, a questo riguardo,
il caso abbastanza recente del movimento di Gandhi nell’India
dominata dagli inglesi.
Tuttavia,
per quanto ci riguarda, è che Gesù fu attirato da quel singolare
personaggio. Questa è una sicura prova che non possedeva uno spirito
attivista o rivoluzionario, ma un’inclinazione quietista, rifiutando
la pura violenza fisica.
Ma,
particolare determinante, rifiutò anche il movimento pacifico di
Giovanni, giacché, dopo essersi recato da lui, lo abbandonò
ritirandosi in solitudine nel deserto.
Gaetano
Baglio ha voluto dilettarsi a scoprire quanto tempo Gesù sia rimasto
con Giovanni.
«Com’è
notorio, mentre il Vangelo di Marco (I, 12-13) usa la
formula che quando Gesù fu battezzato — entys, subito, —
“lo Spirito lo spinse nel deserto”; Matteo (IV, 1), invece,
usa il generico e vago avverbio di tempo — tote, allora, —
e dice: “Allora Gesù fu condotto nel deserto dallo Spirito”».
Tuttavia,
prosegue quest’autore, «in periodo successivo al battesimo di Gesù,
i discepoli di Giovanni recarono questa notizia al loro maestro (Gi,
III, 25-26): “Colui che era con te — os en metá sot
— al di là del Giordano».
Particolare
veramente curioso è che Gesù si ritirò in solitudine dopo essere
stato attirato da quell’asceta del Battista, la stessa cosa lo fece
il Buddha, in India, quasi cinque secoli prima, dopo essere stato
attratto dagli asceti.
Il
Buddha si chiamava Gautama e, alla sua nascita, «un bramino aveva
detto al padre che questi sarebbe divenuto un grande conquistatore o
un grande asceta». Scrive Decio Cinti «E Suddhodana volle evitare di
perdere il figlio e la continuazione della sua stirpe, qualora egli si
fosse dedicato all’ascetismo».
Altro
particolare curioso, anche Krishnamurti ebbe una predizione dello
stesso tenore.
«Dopo
la nascita» scrive Mary Lutyens «Kumara Shrowtulu, uno degli
astrologi più famosi di quella regione, lesse l’oroscopo del
neonato, e poté garantire a Narianiah che il figlio sarebbe stato
veramente un personaggio di primo piano. Ma per molti anni parve molto
improbabile che questa predizione si potesse avverare. Ogni volta che
l’astrologo incontrava Narianiah chiedendogli: “Che ne è di tuo
figlio Krishna?”, la risposta di Narianiah non era mai tale da
alimentare molte speranze e l’astrologo doveva tornare ad assicurare
il padre deluso: “Aspetta.
Ti ho detto il vero; diventerà qualcuno, sarà grande e
meraviglioso”».
In
ogni modo, per quanto riguarda Gautama, fu proprio quella predizione
la causa determinante della futura vita del Buddha: la decisione di
Suddhodana ebbe grande influenza sulla formazione psicologica del
giovane.
Egli vedeva per suo figlio un grande avvenire e non certo le
estenuanti astinenze e tutti i rigidi sistemi di mortificazione fisica
che l’ascetismo comportava.
La
pressione paterna verso una vita mondana causò una forte reazione nel
futuro Buddha, tanto che intorno ai 29 anni decise di fuggire dal
proprio mondo e, abbandonando in gran segreto la casa paterna, andò a
vivere tra gli asceti.
Ma
come Gesù col Battista, anche il Buddha resistette poco tempo con gli
asceti e, preda di una profonda crisi psicologica, si ritirò
anch’egli in solitudine, vagando per la foresta, finché, mentre si
trovava seduto sotto un albero, si verificò la sua Illuminazione,
come egli stesso affermò: «Tutto
sto conquistando e tutto sto conoscendo, distaccato, incontaminato, da
nulla impedito e completamente libero dalla distruzione e dal
desiderio. Chi chiamerò mio maestro ?
Io stesso ho trovato la via. E mi si aperse l’intelligenza e mi si
aperse la contemplazione. Possiedo la perenne contemplazione dello
Spirito. Mi sento come uno che si è risvegliato dal sonno. Ho bevuto
il nettare dell’Immortalità attraverso la forza dell’Amore e
della Compassione; conquistata è la vetta della Santità. Io mi sento
risvegliato per l’Illuminazione».
Queste
fondamentali parole del Buddha, che sono arrivate fino a noi, rivelano
all’ermetista la realizzazione della Grande Opera dei filosofi, il
ricevimento del Dono di Dio (Donum Dei). Questo è lo scopo del
lavoro del filosofo e la ragion d’essere della sua esistenza.
Anche
Krishnamurti fu vittima di un’enorme crisi psicologica, dovuta a
delle assurde iniziazioni cui fu sottoposto dalla Società teosofica
che si era preso l’impegno di “formarlo” come Maestro del Mondo.
Questa
Società fu istituita a New York nel XIX secolo da Helena Petrovna
Blavatsky fondandola su un compendio di filosofie. Tra questi anche
l’interpretazione del mito dei personaggi promessi. Quindi la Società
contempla nel suo credo l’incarnazione in diverse epoche di un
uomo-Dio o Maestro del Mondo.
«Madame
Blavatsky» scrive Stuart Holroyd «affermava, a volte, che lo scopo
principale della Società teosofica era di preparare l’umanità per
la venuta del Maestro del Mondo. Questo tema fu ripreso dopo la sua
morte nel 1891 da un’altra teosofa di straordinaria abilità e
vitalità, Annie Besant, che in seguito doveva diventare presidente
della Società, e avere quello che considerava il particolare onore di
essere responsabile dell’educazione del Maestro del Mondo».
Il
padre di Krishnamurti, Narianiah, rimasto vedovo e senza impiego,
chiese ad Annie Besant un posto nella Società che gli fu concesso e
si trasferì con i figli a Adyar, sistemandosi in una baracca fuori
del complesso.
«L’essere
umano» continua Stuart Holroyd «nel quale si doveva incarnare il
dio, fu scoperto da un altro teosofo eccezionale, un vecchio allievo
di madame Blavatsky, Charles Leadbeater.
Un giorno, nella primavera del 1909, Leadbeater, che si riteneva
avesse poteri psichici e di chiaroveggenza molto sviluppati, vide un
gruppo di bambini che facevano il bagno sulla spiaggia di Adyar vicino
Madras, dove aveva sede il quartiere generale internazionale della
Società teosofica. Fece notare a un amico che uno di quei bambini
aveva un’aura straordinaria, che indicava che sarebbe diventato un
grande maestro e oratore spirituale. Il ragazzo, sui quattordici anni,
appariva debole e denutrito e, certamente, fu grazie alla fiducia nei
poteri di percezione psichica di Leadbeater, che questo ragazzo
divenne, attraverso un’incredibile trasformazione, il grande Maestro
spirituale Jiddu Krishnamurti».
Annie
Besant accettò di educare Krishnamurti facendolo studiare in
Inghilterra[13][13],
e nella Società teosofica lo fece sottoporre a diversi rituali
d’iniziazione che lo condussero alla crisi psicologica.
Questa
ebbe l’apogeo quando aveva 27 anni. L’eccezionale avvenimento —
che cambiò radicalmente la sua vita e su cui è basato il suo
insegnamento — si verificò quando il suo stato era da considerarsi
ormai critico, tanto che spesso era in preda al delirio. Era il 20
agosto del 1922, a Ojai Valley, 105 km a nord di Los Angeles, dove
Krishnamurti si trovava con suo fratello e altre persone: in un
cottage di proprietà di una certa Mary Gray che, c’informa la
Lutyens, l’aveva affittato ai due fratelli.
Nella
serata di questo giorno, a Krishnamurti, nella speranza che trovasse
un po’ di sollievo per il suo stato, fu consigliato di andarsi a
mettere sotto un albero di schino che si trovava di fronte al cottage.
Così, per volere del Destino, anche Krishnamurti raggiunse
l’Illuminazione come il Buddha, sotto un albero.
Mary
Lutyens cita quanto scrisse proprio Krishnamurti su
quest’avvenimento che lo vide protagonista, e dove possiamo renderci
conto dello stato in cui versava:
«La
mattina del giorno dopo fu quasi identico al giorno prima, e non
riuscivo a sopportare troppa gente nella stanza. Potevo sentirli in
modo piuttosto curioso e le loro vibrazioni mi scuotevano i nervi.
Quella sera, più o meno alla stessa ora, le sei, mi sentii peggio che
mai. Non volevo nessuno accanto a me o nessuno che mi toccasse.
Mi
sentivo estremamente stanco e debole. Credo di aver pianto per
semplice esaurimento e mancanza di controllo fisico. La testa mi
doleva e in alto mi sembrava trafitta da molti aghi. Ho continuato così
per qualche tempo finché, alla fine, sono uscito fuori della veranda,
e mi sono seduto per pochi istanti e leggermente più calmo.
Ho
cominciato a rientrare in me e finalmente mr Warrington mi ha detto di
andarmene sotto lo schino vicino casa. E là mi sono seduto a gambe
incrociate in posizione di meditazione.
C’era
una calma così profonda nell’aria e in me, la calma del fondo di un
profondo e insondabile lago. Come il lago, sentivo il mio corpo
fisico, con la sua mente e le sue emozioni; poteva incresparsi in
superficie ma niente, sì niente poteva turbare la calma dell’anima
mia.
Ero
supremamente felice, perché avevo visto. Tutto era cambiato. Avevo
bevuto le acque pure e limpide della sorgente della fonte della vita e
non avevo più sete. Anzi non potevo più avere sete, né avrei potuto
più trovarmi al buio nelle tenebre. Ho visto la Luce. Ho avuto un
contatto con la Compassione che sana ogni angoscia e ogni sofferenza;
e questo non per me, ma per il mondo. Sono stato là, sulla cima del
monte. Non mi trovavo più nel buio delle tenebre; le tenebre si sono
dissolte. L’Amore in tutta la sua gloria ha inebriato il mio cuore;
il mio cuore non si può più chiudere. Ho bevuto alla fonte della
Gioia e dell’Eterna Bellezza. Sono inebriato da Dio».
Queste
testimonianze sono più che sufficienti per scoprire che pure
Krishnamurti ereditò il grande Dono dalle mani della Natura.
Naturalmente,
non fu tanto semplice quanto sembra. Natura non facit saltus
dicevano i latini, e sia per Krishnamurti, sia per Gautama, occorsero
del tempo per stabilizzarsi nella nuova visione.
«Avuta
l’Illuminazione» scrive Decio Cinti «il Buddha rimase ancora per
molti giorni assorto in meditazioni profonde, rivolte già a
sviluppare la Verità intuita. Dovette soprattutto lottare per trovare
il modo di diffonderla tra gli uomini, essendo essa troppo profonda
per essere compresa e accettata dalle menti comuni».
Mary
Lutyens riporta, in proposito, quanto scrisse lo stesso Krishnamurti:
«Sto
cercando di fare luce, cercando di costruire un ponte perché gli
altri possono passare da questa parte. Più penso a quel che ho capito
e più lo chiarisco, e posso aiutare a costruire un ponte, ma ci vuole
tempo e continui ricambi di espressioni per arrivare a un vero
significato.
Non hai idea di com’è difficile esprimere l’inesprimibile, e quel
che si esprime non è la verità.
E così si va avanti!».
Tornando
a Gesù, non sappiamo nulla di quanto gli avvenne nel deserto — a
parte le allegorie ermetiche — sappiamo, comunque, che quando tornò
in mezzo alla gente possedeva tutta un’altra visione del mondo (Lc,
III, 23):
«Gesù
aveva circa trent’anni quando iniziò il suo ministero».
Ovviamente
il suo ministero era caratterizzato da un insegnamento del tutto
personale.
«La
sua azione» nota Giuseppe Ricciotti «consisteva nel predicare una
dottrina che non è né filosofica, né politica, ma esclusivamente
religiosa e morale. Questa dottrina è quanto di più inaudito sia
stato affermato nel mondo.
Sembrerebbe
una dottrina costruita con gli scarti ripudiati concordemente a tutte
le filosofie, con ciò che il mondo intero ha sempre, in tutti i
paesi, gettato lungi da sé. Ciò che per il mondo è male, per Gesù
è bene: ciò che per il mondo è bene, per Gesù è male.
Gesù
è l’antitesi del mondo.
Il
mondo, infatti, vede solo ciò che si scorge: Gesù, invece, afferma
di vedere anche ciò che non si scorge.
Insegnamenti
di questo genere rovesciano la stratificazione dei pensieri umani. La
persona di Gesù e la sua dottrina saranno il segno di contraddizione
per tutto il genere umano».
In
breve, intorno a Gesù iniziarono a raccogliersi diversi ascoltatori,
e alcuni di loro vedevano in lui se non un concorrente vero e proprio
del Battista, un autore, comunque, non molto dissimile (Gi, IV, 1 e
segg.):
«Quando
poi Gesù seppe che i farisei erano a conoscenza che egli faceva più
discepoli e battezzava più di Giovanni — sebbene non fosse Gesù
che battezzava ma i suoi discepoli — lasciò la Giudea e si avviò
di nuovo verso la Galilea».
Gesù,
quindi, per evitare l’immagine errata che la gente avrebbe potuto
crearsi di lui, abbandonò completamente quella regione e tornò alla
sua patria.
«E
venuto nella sua patria, la sua fama si diffuse in tutta la regione.
Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti lo lodavano. Si recò a
Nazareth dove era stato allevato. E molti ascoltatori rimanevano
stupiti e dicevano: “Donde gli vengono queste cose? E che sapienza
è questa che gli è data? Non è il figlio del falegname, il fratello
di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone ?
E le sue sorelle non stanno qui con noi? E si prendevano scandalo di
lui[14][14]».
Man
mano che maturava la sua coscienza, anche il suo insegnamento tendeva
sempre più a evolversi, e non fu più accettato da molti di quelli
che cercavano di seguirlo (Gi, VI, 59 e segg.):
«Insegnando
nella sinagoga a Cafarnao, molti dei suoi discepoli, dopo averlo
ascoltato, dissero: “Questo linguaggio è duro; chi può
intenderlo?” Da allora si tirarono indietro e non andavano più con
lui».
I
teosofi che si erano preparati alla venuta del Maestro del Mondo,
dissero la stessa cosa sull’insegnamento di Krishnamurti.
«Annie
Besant» scrive Stuart Holroyd «personalmente non manifestò mai
pubblicamente il disappunto e la delusione che provò, ma Leadbeater
espresse i sentimenti di molti quando pronunciò l’assurda
affermazione che “la Venuta era andata male”».
Leadbeater
aggiunse che «la dottrina krishnamurtiana era destinata all’uomo
medio e non a chi avesse già una posizione di privilegio», riporta
pure Mary Lutyens citando anche la risposta di Krishnamurti:
«Voi
siete i prescelti, i pochi, gli eletti? In questo caso mi dispiace,
perché non parlerò agli eletti. Quello che dico lo dico per tutti,
compresi gli sventurati teosofisti».
Tornando
a Gesù troviamo che anche i suoi familiari cercarono di fermarlo (Mc,
III, 21):
«Allora
i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché
dicevano: “È fuori di sé”».
«Non
sapevano capacitarsi» scrive Ricciotti «che quel singolare congiunto
ignaro di scuole e d’accademie, si fosse messo in testa di prendere
di petto i farisei e di sconvolgere la Galilea, invece di starsene
tranquillo e pacifico in casa sua».
«Ragion
per cui scesero da Nazareth» aggiunge Ferdinando Prat «risoluti a
farla finita con quell’eccesso di zelo che, ai loro occhi, sembrava
una stravaganza pericolosa che avrebbe, prima o dopo, compromessa
tutta la sua famiglia. I parenti di Gesù conoscevano il malanimo
della gente, potevano anche temere una campagna di diffamazione che
avrebbe potuto, di rimbalzo, recar non poca vergogna all’intera
parentela. Insomma, sotto pretesto di aiutarlo e di proteggerlo,
venivano per impossessarsi della sua persona. E per costringerlo, per
amore o per forza, alla prudenza e alla moderazione, al silenzio e al
riposo».
Gesù,
a questo punto, decise di non starsene fermo soltanto in un solo luogo
e tornò a portare il suo insegnamento fuori della Galilea.
«Eccoci
subito a un improvviso cambiar della scena», osserva Prat, «cambia,
anzi, addirittura il teatro su cui si svolgono i fatti: cambiano gli
attori e le comparse; i protagonisti e le folle; i paesaggi e i
costumi. Il Vangelo, dalle colline della Galilea e dalle sponde
del lago di Tiberiade, passa, d’un tratto, sui monti di Giudea e
sulle pianure della Perea.
Giovanni,
dal canto suo, si era trasferito in un luogo chiamato Ennon (le
fonti), dove abbondavano le acque correnti. È probabile che temendo
ripercussioni da Erode Antipa, sul territorio nel quale era situato la
Bethania, abbia voluto provvedere alla sua sicurtà, stabilendosi fra
la Samaria e la città greca di Scitopoli, a circa dieci o dodici
chilometri a sud di quest’ultima città»
«La
maggior parte della vita pubblica passata da Gesù all’aperto»
scrive Alberto Di Maria «al contatto con la natura, esposto a tutte
le intemperie, fu un continuo pellegrinare attraverso i monti e le
valli della sua terra; un viaggiare continuo dalla Galilea alla
Samaria, alla Giudea fino ai dintorni di Tiro e Sidone. Sorgevano
discussioni, oltre alle solite prediche, si aggiungevano le estenuanti
spiegazioni ai discepoli, rese gravose dalla loro incomprensione e dal
loro orgoglio».
Data
la situazione del tempo, non mancava chi vedeva in lui il Messia
liberatore (Lc, XIX, 11):
«Si
era vicino a Gerusalemme ed essi credevano che il regno di Dio dovesse
manifestarsi da un momento all’altro».
«Un
comune giudeo», considera Ricciotti, «di quelli che aspettavano il
Regno messianico-politico, comprendeva poco o nulla del vero
insegnamento di Gesù. Il comune giudeo aspettava il fulgente re
conquistatore, aspettava che l’istituzione del reame calasse belle
pronto dalle nubi del cielo, tra portenti fragorosi, e qui, invece, si
accennava a un segreto lavorio dello spirito e alla vittoria sulle
passioni e sugli interessi mondani. Il comune giudeo, dunque, vedeva e
non vedeva attraverso l’insegnamento; e qualora fosse rimasto
tenacemente attaccato alle sue vecchie concezioni, avrebbe reso più
crasso il suo cuore e sempre più dure le sue orecchie, rifiutando il
totale cambiamento di mente a cui l’insegnamento, prudentemente,
l’invitava».
In
questo modo possiamo dire, senza timore di sbagliarci, che la fama di
Gesù cresceva più per il richiamo propriamente messianico che era
proprio di quel popolo, che per il suo stesso insegnamento.
Infatti,
Giovanni (II, 24) scrive che «Gesù, però, non si confidava
con loro, perché li conosceva tutti».
Quindi,
Gesù, ovunque si recava, doveva sempre stare attento all’immagine
che la gente poteva crearsi di lui. Infatti, l’immagine di Messia,
data la situazione politica del tempo, era estremamente pericolosa e,
purtroppo, la gente non sperava ad altro. Vediamo che non esitarono a
interrogarlo su questa scottante questione (Gi, X, 22 e segg.):
«Ricorreva
in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno,
Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. Allora i
giudei gli si fecero attorno e gli chiesero: “Fino a quando terrai
l’animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo dillo a noi
apertamente”».
Non
mancarono anche tentativi di sfruttare la sua personalità: si cercò
pure d’incoronarlo re con la forza, (Gi, VI, 15):
«Ma
Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si
ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo».
Possiamo
vedere ancora il rivelarsi di questi animi combattivi e pronti a
liberare Israele dal dominio dei pagani, sotto gli ordini del Messia (Lc,
XXII, 36 e segg.):
«Ora,
chi ha una borsa la prenda, e così pure una bisaccia; chi non ha una
spada, vendi il mantello e ne compri una”. Ed essi dissero:
“Signore, ecco qui due spade”. Ma egli rispose: “Basta”».
«Ciò
non può significare», nota Oscar Cullman, «che le due spade
bastino, ma io propongo la spiegazione che, in tal maniera, Gesù
taglia corto al discorso. Quando si avvede che i suoi discepoli
comprendono la sua raccomandazione nel senso proprio degli zeloti di
comprare una spada, li fa smettere: “Basta così”, allo stesso
modo che impone il silenzio quando gli si attribuisce il titolo
equivoco di Messia».
A questo proposito
faremo notare quant’è vago il confine tra la realtà e
l’allegoria, perché, nell’esoterismo dell’Arte sacra, la borsa
o, meglio ancora, la bisaccia è l’emblema delle due nature
dell’Opera con le due tasche o cavità che la costituiscono, ed era,
tradizionalmente, un attributo dei pellegrini. Per quanto riguarda la
spada, essa indica l’unico principio dotato dei due poteri: quello
di uccidere e quello di risuscitare.
«La
spada» insegna Fulcanelli «è il geroglifico del fuoco che penetra,
mortifica e cambia le proprietà delle cose. L’energia dello Spirito
Universale ha la sua firma nel gladio e il gladio ha una
corrispondenza nel Sole, perché quest’ultimo è l’animatore e il
modificatore perpetuo di tutte le cose corporee».
Abbiamo
letto che Gesù era stato prima sulla montagna da solo. Infatti,
questo “solitario”, proprio come Krishnamurti, amava ritirarsi in
solitudine, in intimo contatto con la Natura.
«E
congedata la folla, salì sul monte solo a pregare, e giunta la
sera, egli era là solo.
0
Ed avvenne, in quel giorno, che se ne andò sulla
montagna a pregare, e trascorse tutta la notte in orazione a Dio.
E
al mattino si alzò quand’era ancora molto buio e, uscito di casa,
si allontanò in un luogo deserto, e là pregava.
Nella
notte usciva e si tratteneva sul Monte degli Ulivi[15][15]».
Possiamo
vedere come questo comportamento sconcerti in ciò che raccontò lo
stesso Krishnamurti: «Una volta ho parlato con uno dell’FBI, è
venuto a trovarmi e mi ha chiesto: “Perché passeggia sempre da solo
?
Perché è tanto solo ? La vedo passeggiare da solo tra le
colline. Perché ?” A lui sembrava molto inquietante».
Ma
cosa accadeva a Gesù e a Krishnamurti ? Sentiamo il nostro
contemporaneo:
«Mi
sono svegliato nel cuore della notte con la Diversità nella stanza.
Era incredibilmente così piena di energia che era impossibile restare
a letto, e sul terrazzo, con il vento che soffiava fresco, la sua
intensità è continuata.
Lì,
sulla veranda, con Orione ad ovest nel cielo, la furia della Bellezza
spazzò via le difese del tempo. Mentre si medita, lì, oltre i limiti
del tempo, e si vede il cielo fiammeggiante di stelle e la Terra
silenziosa, la Bellezza è l’Essenza».
«Che
tipo era quest’uomo» si chiede Michael Grant «il cui breve periodo
attivo all’età di trent’anni era destinato a lasciare
un’impronta indelebile nel mondo ? I Vangeli sono
curiosamente reticenti riguardo alle pulsioni interne e agli stati
d’animo di Gesù. Pur circondato dalla gente, era solitario e rimase
enigmatico. Ed era consapevole di essere così. “Chi dice la gente
che io sia ?”.
È una domanda che riecheggia provocatoriamente per tutto il Nuovo
Testamento».
Ed
è stata, precisamente, la vera e unica preoccupazione di Gesù.
Intanto,
il suo insegnamento continuava ad affascinare e un membro del Sinedrio
volle andare da lui di notte.
«C’era
allora in Gerusalemme» scrive Ricciotti «un insigne fariseo e
maestro della legge, uomo onesto e di rette intenzioni; ma era anche
membro del sinedrio, e questa sua condizione sociale imponeva,
evidentemente, molta cautela e prudenza alla sua condotta politica.
Egli nell’ascoltare l’insegnamento di Gesù era rimasto scosso ma,
d’altra parte, la sua formazione intellettuale farisaica, gli
consigliava oculato riserbo di fronte a un “rabbì” che non era
passato per scuole speciali. Fra questo ansioso contrasto egli prende
una via di mezzo, e si reca a visitare Gesù di notte: nel silenzio
della notte si ragiona con più raccoglimento, e soprattutto non si è
facilmente riconosciuti da estranei.
Il
colloquio fu lungo e forse si protrasse per tutta la notte. Cominciò
Nicodemo, e riferendosi a ciò che lo aveva scosso intimamente disse a
Gesù (Gi, III, 23):
“Rabbì,
sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; poiché nessuno potrebbe
dire ciò che sai se Dio non fosse con lui”. Gesù rispose e gli
disse: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce di nuovo,
non può vedere il Regno di Dio”.
Nicodemo
era troppo intelligente per interpretare queste parole in senso
materiale: anche i suoi colleghi rabbini parlavano di rinascita in
senso spirituale, applicandola, specialmente, a chi si riavvicinava al
Dio d’Israele o dall’empietà o dal paganesimo, e altrettanto
faceva, con diverso impiego, Filone in Alessandria. Ma a Nicodemo
sfuggiva, appunto, il senso racchiuso nelle parole di Gesù e, quindi,
per provocare la spiegazione s’atteggia ad ottuso di mente (III,
4 e segg.): “Come può nascere un uomo quando è vecchio?
Potrebbe forse entrare di nuovo nel seno della madre e rinascere?”.
Gli rispose Gesù: “Non si può vedere il Regno di Dio se non si
è già entrati in esso, e l’entrarvi non è affatto
d’industrie umane. Quel che è generato dalla carne è carne, e quel
che è generato dallo Spirito è spirito. Non ti meravigliare se ti ho
detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne
senti la voce, ma non sai di dove venga o dove vada: così è di
chiunque è nato dallo Spirito”.
Il
paragone tra l’azione dello Spirito e quello del vento ha
trasportato Nicodemo in un mondo a lui ignoto, in cui il fariseo si
sente sperduto.
(III,
9): “Replicò Nicodemo: ‘Come può accadere questo?’”. La
replica di Gesù s’inizia con una spontanea riflessione
sull’ufficio di Nicodemo (III, 10-11): “Ma come? Tu sei il
“maestro” d’Israele, e non sai queste cose ?
E che cosa insegni,
se non tratti dell’azione dello Spirito sugli spiriti ? Noi parliamo
di quel che sappiamo e attestiamo quello che abbiamo veduto,
ma voi non accettate la nostra testimonianza”».
Anche
il Buddha fu visitato di notte da un personaggio speciale.
«A
quel tempo vi era in Benares un nobile giovane di nome Yashas, figlio
di un ricco mercante. Turbato nell’animo per i dolori del mondo,
egli si alzò furtivamente di notte e si recò dal Beato.
Ascoltando
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