BUCHI NERI e UNIVERSI PARALLELI
Le EQUAZIONI della RELATIVITA'
EINSTENIANA EMETTONO SOLUZIONI COMPATIBILI con L'ESISTENZA di UNIVERSI
PARALLELI, fra i quali l'INFORMAZIONE FLUISCE ATTRAVERSO CUNICOLI
SPAZIO - TEMPORALI
Quando l'uomo si soffermò a
contemplare il cielo, il suo mondo interiore di inquietudini, stupori e
paure per una vita aspra e incerta si arricchì di una dimensione nuova,
quella della riflessione, dell'esercizio della ragione nella
consapevolezza di esistere al centro di qualcosa di arcano ma enormemente
bello, che chiamò universo.
L'idea che questo fosse stato concepito in funzione delle sue esigenze
speculative, conforme alla sua razionalità e rispondente alle sue
quotidiane necessità appare evidente dalle prime rappresentazioni, che ci
mostrano l'universo come un'armonia di sfere concentriche in cui confinare
le diverse manifestazioni del reale, dalle più basse alle più eccelse.
Il naturale anelito dell'uomo verso le sfere più alte, quelle di maggiore
purezza e perfezione, è un esempio di come il suo modo di vivere e
pensare fosse condizionato dalla certezza, per lo più dogmatica, di
essere alla mercé di un mondo lontano. Per secoli la reale o presunta
disposizione degli astri è stata, e lo è ancora, presagio di eventi e
oggetto di credenze di grande impatto psicologico, anche se
scientificamente infondate.
L'influenza dell'universo lontano, però non è solo di natura
psicologica, ma anche una tangibile realtà.Dopo Johann Kepler nel 1610 ed
Edmund Halley nel 1720, Philippe L. de Chèsenaux nel 1744 e H. Matthias
Olbers nel 1826 notarono che se l'universo fosse stato, come si pensava,
immobile ed eterno nella sua perfezione e con un numero infinito di
stelle, le notti non sarebbero state buie, ma al contrario luminose come
un giorno infuocato, rendendo la vita stessa impossibile.
Si dovette attendere la scoperta fatta da Edwin P. Hubble nel 1929, che
l'universo è in espansione e che ogni sua parte si allontana da noi tanto
più velocemente quanto più essa è lontana - e combinarla con il fatto
che ogni sorgente luminosa ha una vita limitata nel tempo - per capire che
le notti sono buie proprio per questo !
L'universo lontano, quindi, si condiziona in modo diretto e palese;
pertanto è naturale chiedersi se il nostro essere quotidiano non sia per
altri versi e in forma più discreta influenzato da altri mondi remoti o
da universi paralleli.
L'evoluzione della scienza, e con essa la maggior consapevolezza che la
realtà fisica è sempre meno rappresentabile mediante schemi elementari e
facili semplificazioni, anziché rimuoverla come mera astrazione
speculativa, ha visto l'idea di "universi paralleli" evolversi
verso forme concettualmente più elaborate e quindi più ricche di capacità
interpretative. Chiaramente non è possibile verificare l'esistenza di
altri universi mediante la sperimentazione; perciò, prima di adottare
quest' ipotesi come base interpretativa del mondo osservato, occorre
ancorarne le suggestioni a uno schema logico consistente con le leggi
fisiche, respingendo modelli astratti e inutilmente fantasiosi.
L'idea più semplice di universi paralleli ci viene dalla cosmologia, e
riflette il tentativo di liberarci dalla necessità di credere ancora in
un mondo fatto appositamente per noi. La vita sulla Terra, e con essa il
nostro modo di vedere e interpretare la realtà, è il risultato di
circostanze così specifiche e di condizioni così restrittive da rendere
l'universo in cui viviamo un evento di per se altamente improbabile.
Si suppone allora che tanti universi, forse infiniti, appaiono
continuamente come bolle in un substrato cosmico primordiale in espansione
e soggetto a sporadici cambiamenti di stato. Ognuna di queste bolle, dopo
essersi formata, si espande a sua volta secondo modalità dettate dalle
condizioni iniziali, innescando l'evoluzione di un mondo fisico a se. Noi
vivremmo in uno di questi mondi in cui si sono instaurate, tra le infinite
condizioni possibili, quelle giuste per farci essere come siamo. In questa
visione di molti universi, il nostro non sarebbe il risultato di
un singolo evento che richiederebbe un disegno preordinato difficilmente
giustificabile, ma solo uno dei tanti universi, ciascuno retto da
condizioni del tutto casuali.
La convivenza di mondi paralleli, per quanto suggestiva, è irrilevante
dal punto di vista osservativo, almeno che qualcuno di questi universi non
interagisca in qualche modo con il nostro. Come potremmo accertare se
l'universo in cui ci troviamo non sia il risultato della coalescenza di
due mondi inizialmente diversi, oppure semplicemente che esso sia
pericolosamente vicino a un altro? Le osservazioni astronomiche sono oggi
sufficientemente ricche e complesse da consentire una ricerca atta a
riconoscere o meno i segni della coalescenza di universi bolle o di una
loro interazione a distanza; tuttavia l'impatto interpretativo di queste
ipotesi è ancora assai marginale rispetto alle teorie correnti.
Dalle prime osservazione del moto delle galassie negli ammassi e quindi
dai dati sulle curve di rotazione delle stesse che, dal 1970 hanno
polarizzato l'attenzione degli astronomi, si ha oggi la certezza che il
contenuto del nostro universo sia costituito per quasi il 90 per cento da
materia invisibile, la celebre "materia oscura", che
rivela la sua presenza solo mediante effetti gravitazionali.
Le curve di rotazione delle galassie, cioè il valore della velocità di
rotazione delle loro componenti visibili in funzione della distanza dal
centro, hanno in media un comportamento molto diverso da quello atteso.
Esse infatti non decrescono verso valori piccoli della velocità via via
che ci si allontana dal corpo luminoso della galassia, ma rimangono
pressoché orizzontali, indicando un valore grosso modo costante della
velocità fino a distanze parecchie volte più grandi delle dimensioni
visibili delle galassie.
Ciò dimostra che la sorgente di campo gravitazionale non può essere solo
la materia luminosa, perché questa risulta avere una massa molto minore
di quanto non si deduca dalla dinamica dei suoi elementi e, cosa assai più
importante, di quanto sia necessario per assicurare alle galassie la loro
compattezza e stabilità. Le osservazioni astronomiche mostrano quindi la
presenza di un'entità indecifrabile, che accompagna e inviluppa la
materia luminosa di un alone la cui natura e origine sono tuttora fra i
problemi irrisolti della cosmologia moderna.
Le proposte interpretative sono numerose ed in prevalenza intese ad
attribuire alla materia oscura una natura particellare. Ognuna di queste
ipotesi porta con se implicazioni di tipo osservativo che però finora
appaiono verificate solo parzialmente, impedendo un'interpretazione
univoca e consistente del mondo fisico. Ipotesi di tipo non particellare
hanno contemplato una modificazione della legge newtoniana della
gravitazione su scala galattica, e anche la collisione del nostro universo
con uno parallelo, retto forse da leggi fisiche tali
Il diagramma di Penrose
fornisce una rappresentazione globale dello spazio-tempo di Schwarzchild.
Il moto fisico è consentito solo all'interno dei coni di luce. I due
universi U1 e U2 si sovrappongono solo
nella regione di buco nero, compresa fra l'orizzonte degli eventi e la
singolarità di curvatura. Poiché è possibile muoversi solo rimanendo
all'interno del cono di luce, un astronauta che provenga da U1 e che cada
nel buco nero può incontrare un suo collega preveniente dall'universo
parallelo U2 prima di finire sulla singolarità, da non consentire alla sua materia di emetter e assorbire radiazione. Le
osservazioni mostrano però che la materia oscura risponde alla stessa
legge universale della gravitazione che regola il nostro mondo in tutte le
sue parti, per cui, nell'ipotesi di collisione con universi differenti,
occorre ritenere che questi ultimi obbediscano alle stesse leggi fisiche
del nostro universo. Ciò darebbe a esso una centralità troppo in
contrasto con la completa casualità nella formazione degli
universi-bolle; pertanto la possibilità che il nostro universo sia il
risultato di una collisione è concettualmente remota.
Se il nostro universo, pur non contaminato dal contenuto di uno parallelo,
è tanto vicino a esso da sentirne l'effetto gravitazionale, di nuovo
assumendo che esso generi un tale campo nel suo insieme, allora dovremmo
osservare un'anisotropia su grande scala derivante da deformazioni mareali.
Al momento le osservazioni non consentono do giungere a tale conclusione,
per cui anche l'esistenza di altri universi oltre al nostro rimane solo
un'ipotesi suggestiva. Ciononostante, l'idea che esistano universi
paralleli, di origine e natura differenti, a cui si possa accedere dal
nostro o che influenzino questo tramite connessioni permesse dalla fisica,
pare non soccombere al vaglio della ragione, ma anzi radicarsi tanto più
nell'immaginario scientifico quanto più il panorama del mondo fisico, dal
macrocosmo all'infinitamente piccolo, appare complesso.
Invero quest'idea è resa plausibile dalle equazioni di Einstein. Queste
formano un sistema di dieci equazioni differenziali non lineari del
second'ordine, le cui soluzioni vengono chiamate genericamente
"universi".
A seconda delle ipotesi sui termini di sorgente e sulle condizioni al
contorno, le equazioni di Einstein ammettono diverse soluzioni: decidere
quale di queste sia fisicamente accettabile è compito difficile e non
privo di ambiguità. Il criterio di selezione è quello della compatibilità
delle soluzioni con quell'assetto logico che è il costrutto delle leggi
fisiche, le quali per contro impongono rigidi vincoli, giustificati
dall'esperienza, ma anche da convinzioni preconcette. Infatti, gli
universi che noi rigettiamo solo perché non hanno certi requisiti di
plausibilità possono trovare leggitimazione non appena questi requisiti
mutano a seguito di nuove conoscenze.
Rappresentazione globale del collasso di una stella sferica in un buco
nero di Swarzchild.
Se la singolarità di curvatura (r = 0) è attraversabile, allora è
possibile che l'informazione contenuto nella stella si propaghi in un
universo parallelo o in una zona remota dell'universo di partenza
Questo è il caso del concetto di positività dell'energia. A lungo si è
ritenuto che qualunque campo fisico dovesse soddisfare la condizione che
la pressione non fosse maggiore di un terzo della densità di energia.
Ma, nel 1961, Yaakov B. Zel'dovich trovò un modello di configurazione
quantistica in cui la pressione può essere uguale alla densità di
energia; ciò fece venir meno il vincolo in precedenza imposto alle
soluzioni e assicurò un ampio criterio di plausibilità.
Un'altra condizione fortemente radicata è che in un mondo fisico
accettabile sia sempre soddisfatta la non negatività della densità di
flusso di energia e di momento lungo qualsivoglia direzione
spazio-temporale, sia esso di tipo tempo, cioè percorribile da particelle
massicce, sia di tipo luce, ossia percorribile da ogni forma di radiazione
e da particelle senza massa. Più recentemente si è imposta una nuova
condizione, meno restrittiva delle precedenti, secondo la quale è
sufficiente che sia sempre positiva la media dell'energia di un dato
sistema fisico, lungo tutto il corso della sua evoluzione
spazio-temporale.
Tale criterio, introdotto da Frank J. Tipler, richiama un concetto più
generale secondo il quale lo stato di un sistema fisico è fissato dalla
sua storia passata. Gli universi che non soddisfano queste condizioni, pur
esistendo come soluzioni delle equazioni di Einstein, sono ritenuti
fisicamente inaccettabili. Tuttavia anche questi criteri vengono violati
in numerose configurazioni quantistiche, per cui gli universi che
contemplano take violazione possono essere realtà sperimentabili e in
grado di condizionare la nostra visione del mondo.
La caratteristica più innovativa della teoria di Einstein è di ammettere
soluzioni corrispondenti a geometrie non elementari, come quelle che
descrivono spazi-tempo dotato di cunicoli (detti in inglese wormhole),
vioè di strutture a geometria non semplicemente connessa che formano
ponti fra regioni diverse dello stesso universo o fra universi distinti.
La più celebre di queste soluzioni è quella di Swarzschild.
Essa descrive due universi isometrici, asintoticamente piatti e vuoti
eccetto per la presenza della sorgente, che è in questo caso una stella
sferica non rotante ed elettricamente neutra. E' noto che se una stella ha
una massa tento grande da generare, nel corso della sua evoluzione, un
nucleo di massa superiore a circa 3,7 volte quella del Sole, allora è
molto probabile che esso collassi sotto il proprio peso, senza che alcuna
forza possa opporvisi. Quando ciò accade, il destino ultimo del nucleo è
una concentrazione infinita di materia in un volume nullo, questo è uno
stato classicamente non descrivibile in termini fisici e che chiamiamo
singolarità di curvatura.
Quando la stella è ridotta a un punto, i due universi appaiono connessi
da un cunicolo (spaziale) la cui massima restrizione è nota come
"gola di Einstein-Rosen".
Questa struttura topologica si evidenzia studiando l'immersione di una
qualunque sezione dello spazio-tempo di Swarzschild, caratterizzata da un
valore costante della coordinata tempo, in uno spazio euclideo. A dispetto
della suggestione della rappresentazione, il cunicolo non è
attraversabile perché è astruito dalla sorgente puntiforme.
Sebbene non siano direttamente connettibili, nel senso che un osservatore
non può passare da uno all'altro, i due universi sono assolutamente
identici, e scegliere di essere noi in uno o nell'altro è totalmente
arbitrario. Nel caso in esame, la deformazione dello spazio-tempo
conseguente al collasso della stella causa l'instaurarsi, sulla gola di
Einstein-Rosen, di una superficie di non ritorno, "l'orizzonte degli
eventi", che impedisce a qualunque segnale di uscire dal suo interno.
Si ha cioè la formazione di un buco nero.
Già al suo ingresso, un buco nero genera deformazioni mareali tali da
distruggere un corpo umano, a meno che non si considerino buchi neri
giganteschi, da diecimila masse solari in su. Tuttavia, pur sopravvivendo
all'azione distruttrice di un buco nero, qualsiasi cosa attraversi
l'orizzonte degli eventi - un astronauta, una particella elementare o un
raggio di luce - cessa di esistere sulla singolarità. Nondimeno, nel
breve intervallo di tempo che precede l'impatto con la singolarità,
l'oggetto in esame può scambiare informazioni, e quindi interagire
casualmente con entità simili provenienti dall'universo parallelo che si
cela al di là della gola di Einstein-Rosen e costrette anch'esse a finire
sulla singolarità. Questo esempio di interazione fra universi paralleli,
perfettamente plausibile dal punto di vista fisico, rimane non
sperimentabile e pertanto ininfluente sulla "vita" degli
universi esterni, a meno che la singolarità di curvatura non sia
attraversabile e che da essa si possa tornare negli universi di partenza.
Le equazioni di Einstein forniscono soluzioni che prefigurano proprio
questo tipo raccordo fra universi distinti o fra parti lontane di uno
stesso universo, purché si superi l'ostacolo della singolarità.
Un'appropriata descrizione di quest'ultima è relegata a una teoria
quantistica della gravitazione e quindi a una trattazione in tal senso
della geometria.
Poiché la formazione di una singolarità di curvatura, come risultato del
collasso gravitazionale, è una conseguenza inevitabile delle condizioni
di positività dell'energia già menzionate, potendo queste ultime essere
violate in un contesto quantistico le singolarità classiche diventano
strutture quantistiche "non singolari" della geometria.
Perciò la violazione delle condizioni di positività dell'energia
permette l'esistenza di cunicoli spazio-temporali attraversabili e tali da
connettere universi paralleli. Tale circostanza, offrirebbe una soluzione
del paradosso della perdita dell'informazione conseguente al fenomeno
dell'evaporazione dei buchi neri. Sulla
base di un'idea di J.D. Bekenstein, Stephen Hawking ha potuto dimostrare
che un buco nero, a dispetto della sua stessa definizione, è sorgente di
un'emissione termica di particelle che con il tempo riduce la massa, e
quindi le dimensioni, del buco nero fino alla sua scomparsa. Il carattere
termico della radiazione fa si che l'informazione, inizialmente codificata
nelle proprietà geometriche del buco nero, alla fine si perda violando il
principio fondamentale della sua conservazione.
Poiché la singolarità al centro del buco nero è, dal punto di vista
quantistico, un tunnel che, come già detto, può portare in punti diversi
del nostro universo o in un altro a esso parallelo, alla fine
dell'evaporazione è lecito supporre che non vi sia stata una perdita di
informazioni, bensì solo una sua dispersione nell'altro universo - o nel
nostro stesso ma altrove - secondo modalità ancora non note.
Indubbiamente, questa visione della realtà microscopica è molto
stimolante e ricca di implicazioni.
La più ovvia è che la geometria di base del nostro universo sia corrotta
a scale molto piccole, specificamente alla scala di Planck (10^-33 cm), in
una struttura molteplicemente connessa caratterizzata da un intrico di
cunicoli che collegano, porzioni diverse dello stesso universo oppure
universi paralleli.
Ciò è dovuto alla presenza di fluttuazioni quantistiche di
materia-energia che a questa scala sono di grandissima intensità e
pertanto in grado di alterare la geometria secondo le equazioni di
Einstein, formando cunicoli attraversabili.
Lo spazio-tempo a queste scale acquista struttura "spugnosa", in
cui l'informazione, comunque definita, si diffonde nel nostro universo o
in altri, e viceversa, attraverso questi cunicoli, quasi fossero capillari
nel tessuto strutturale del mondo fisico.
Può dunque il collasso gravitazionale far si che la materia che una volta
era una stella sia ridotta, alla fine, a pura geometria, e che il suo
stato finale sia la dissoluzione del contenuto informativo nell'intrico
quantistico di cunicoli attraverso i quali esso si ridistribuisce altrove
nel nostro universo, o in qualche universo parallelo al nostro?
Può essere che, per lo stesso motivo, noi riceviamo da universi paralleli
o da regioni distanti del nostro universo informazioni e stimoli di cui
ancora non abbiamo coscienza ?
Testo
tratto da: "Le Scienze" n. 348, agosto 1997
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Scoperto, la scorsa estate, un "buco
nero" di 900 milioni di anni luce
I ricercatori dell'università di Nord
Carolina lo spiegano con la "teoria delle
stringhe" - Un'immensa voragine nello spazio
"E' il segno degli Universi paralleli"
"Esisterebbero una miriade di universi
intorno al nostro"
C'E' UN'IMMENSA voragine nell'Universo.
Si trova tra 6 e 10 miliardi di anni luce
dalla Terra. Si tratta di un volume di
spazio con un diametro di circa 900 milioni
di anni luce dove il "nulla" la fa davvero
da padrone.
Agli strumenti che l'hanno scoperto appare
come una gigantesca macchia oscura nel
cielo, come se una mano smisurata abbia
cancellato quasi tutti gli oggetti luminosi
presenti al suo interno.
Ora un gruppo di ricercatori ha dato una
spiegazione a quel fenomeno. Suona
fantascientifico, ma Laura Mersini-Houghton
dell'Università del North Carolina a Chapel
Hill (Usa) dice proprio così: "E' l'impronta
indelebile di un altro universo che sta
oltre il nostro". Ma per capire questa
spiegazione - apparsa su NewScientist - che
potrebbe rivoluzionare tutte le idee sorte
sul nostro Universo è necessario fare un
passo indietro.
"Non solo non è mai stato trovato un vuoto
tanto grande, ma nessuna ipotesi sulla
struttura dell'Universo lo aveva previsto",
aveva detto Lawrence Rudnick dell'Università
del Minnesota (Usa), autore della scoperta
del buco avvenuta lo scorso mese di agosto.
E questo spiega il motivo per cui la sua
esistenza era stata messa in luce quasi per
caso.
"Era una mattina durante la quale i
radiotelescopi del Vla (Very Large Array) -
in grado di captare ogni più piccolo segnale
radio emesso da una stella, una galassie o
qualunque altro corpo celeste ancora attivo
- non erano impegnati in osservazioni
particolari e allora ho deciso di puntarli
verso la "macchia fredda" individuata dal
telescopio spaziale della Nasa Wmap (Wilkinson
Microwave Anisotopy Probe)", ha spiegato
Rudnick. La "macchia fredda" in questione è
una misteriosa anomalia presente nella mappa
della "radiazione cosmica di fondo"
dell'Universo, la radiazione che permea
l'intero cosmo e che viene interpretata come
l'energia residua del Big Bang. Tale
radiazione presenta variazioni tra un punto
e l'altro che non superano lo 0,001 per
cento.
Ma dalla "macchia fredda" che si trova in
direzione della costellazione di Eridano,
non giungeva ai radiotelescopi del Vla alcun
"fotone", le particelle di energia cioè, che
si muovono alla velocità della luce e che
solitamente sono emesse da atomi o stelle
attive. Ciò stava ad indicare che l'area era
totalmente vuota di materia.
Subito si sono scatenate le ipotesi per dare
una spiegazione a quell'immenso buco fatto
di nulla. Ipotesi che non davano pienamente
ragione al fenomeno. Ora Mersini-Houghton
sembra aver dato un senso ad esso
interpretandolo al di fuori della cosmologia
standard. La ricercatrice infatti, ha
utilizzato la "teoria delle stringhe", una
teoria della fisica che ipotizza che la
materia, l'energia, lo spazio e il tempo
siano la manifestazione di entità fisiche
sottostanti, chiamate appunto le "stringhe",
le quali vibrano in 10 dimensioni nello
spazio-tempo e che formano le particelle
subatomiche che originano gli atomi.
Secondo questa teoria non esiste un solo
Universo, bensì 10 alla 500 universi (si
immagini un numero composta da 1 seguito da
500 zero, un numero inimmaginabile) ognuno
con proprie leggi fisiche.
Spiega Mersini-Houghton: "Quando il nostro
Universo si formò doveva interagire con gli
altri Universi vicini.
E quel buco è proprio il risultato di quell'interazione
avvenuta subito dopo la nascita del nostro
Universo che da allora, per le
caratteristiche che esso possiede, continuò
ad espandersi. Purtroppo non ci è possibile
osservare ciò che ci arriva dai confini
dell'Universo, che si trova tra 42 e 156 (1)
miliardi di anni luce da noi e quindi non
possiamo vedere ciò che c'è oltre il buco".
Ma quel buco è proprio l'impronta che un
Universo diverso dal nostro ci ha lasciato
all'inizio del tempo e dello spazio.
Che il buco si formò agli inizi
dell'Universo è d'accordo anche Rudnick, il
quale dice: "Le teorie correnti suggeriscono
che tutte le strutture che oggi vediamo
nell'Universo presero forma all'inizio del
tempo e dello spazio. La struttura vera e
propria fatta di vuoti e agglomerati di
materia, poi, è cresciuta nel tempo guidata
dalle forze gravitazionali".
Secondo Mersini-Houghton, tuttavia, dovrebbe
esserci un altro buco simile a quello
scoperto dalla parte opposta dell'Universo
rispetto a quello già osservato e questo lo
sapremo quando l'anno prossimo verrà
lanciato un altro satellite per lo studio
delle microonde dell'Universo molto più
sofisticato dei precedenti, il satellite
dell'Esa, Planck.
L'ipotesa dell'astrofisica è ora sotto
osservazione dell'intero mondo scientifico,
che al momento guarda con sospetto alla
Teoria delle Stringhe. Ma se quanto
ipotizzato da Mersini-Houghton non verrà
smentito, dovrà iniziare la ricerca ai quasi
infiniti universi che circondano il nostro.
(1) Alcuni lettori si chiederanno come è
possibile che l'Universo abbia un raggio di
42 o 156 miliardi di anni luce se è nato
solo 13,7miliardi di anni fa. La spiegazione
sta nel fatto che nel tempo le misure si
sono dilatate. Si perdoni la
semplificazione, ma un centimetro misurato
dopo pochi secondi dalla nascita
dell'Universo non corrisponde ad un
centimetro di oggi.
By Luigi Bignami - 23 novembre 2007
Tratto da:
http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/scienza_e_tecnologia/universo-parallelo/universo-parallelo/universo-parallelo.html
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