Bayer, AstraZeneca,
Pfizer: Così le industrie
farmaceutiche ci
vogliono malati...
immaginari -
05/07/2006
Quotidiano di
Sicilia
Le
strategie di
marketing
dei
produttori
per
incrementare
le
vendite
dei
medicinali
Un lieve problema di salute diventa una
patologia grave, e la spesa sanitaria cresce
Sei timido ? Non dormirci
troppo: potrebbe essere, infatti, un chiaro
sintomo di "fobia sociale".
Incontri delle difficoltà sessuali ?
Potrebbe trattarsi di vere e proprie
disfunzioni.
Sei distratto sul lavoro ? Pensaci bene: e
se fossi affetto da "disturbo da deficit di
attenzione"?
Sono bastate, forse,
queste poche frasi per alimentare qualche
dubbio? Bene. È proprio quello che accade
ogni giorno a milioni di persone nel mondo:
lievi problemi di salute vengono dipinti
come patologie gravi, con la complicità di
gigantesche campagne pubblicitarie frutto di
attente operazioni di marketing elaborate
dalle grosse industrie farmaceutiche, prime
tra tutte quelle americane, che vantano un
fatturato annuo di oltre 500 miliardi di
dollari. Se da un lato, infatti, i giganti
mondiali della farmaceutica salvano vite e
riducono le sofferenze, dall'altro non si
accontentano più di vendere medicine solo ai
malati.
Si possono fare
montagne di soldi, infatti, convincendo la
gente sana che è malata.
Così, il semplice rischio di una malattia
diventa la vera e propria malattia. E, di
conseguenza, donne sane di mezza età
soffrono di un male latente alle ossa,
chiamato osteoporosi, e uomini di mezza età
in piena forma hanno un disturbo cronico che
si chiama colesterolo alto.
E il gioco funziona.
Perché, in fondo, stiamo parlando di salute.
Un sogno alla
Merck
Henry Gadsen, direttore generale della casa
farmaceutica Merck, trent'anni fa confessò
in un'intervista a Fortune il suo più grande
cruccio, e cioè che il potenziale mercato
della sua società fosse limitato alla gente
malata. Avrebbe voluto infatti vendere
medicinali come gomme da masticare. Produrre
farmaci, cioè, per la gente sana, vendendo
così a tutti. Sono bastati tre decenni
perché il sogno si avverasse.
Le strategie di marketing
delle case farmaceutiche mondiali, oggi,
prendono infatti di mira, in maniera
massiccia, le persone in perfetta salute.
Non c'è persona normale che non possa
figurare come paziente.
E le vendite aumentano.
A sostenere questa tesi, tra gli altri, sono
due giornalisti scientifici, Ray Moynihan e
Alan Cassels, che hanno scritto il libro
Farmaci che ammalano, e
case farmaceutiche
che ci trasformano in pazienti (Nuovi Mondi
Media editore), tradotto in Italia da Simona
Minnicucci, da cui derivano gran parte delle
informazioni che vi stiamo presentando.
Negli Stati Uniti, spiegano i due autori, la spesa farmaceutica è salita del 100 per cento, e continua a crescere. Il prezzo dei farmaci aumenta sempre più. Ma soprattutto aumentano le prescrizioni dei medici. Specialmente quelle di medicinali per il cuore e antidepressivi: guarda caso, le categorie maggiormente pubblicizzate.
Un esperto newyorkese di pubblicità, Vince Parry, in un articolo dal titolo "L'arte di fabbricare una malattia" ha rivelato che le società farmaceutiche stimolano la creazione delle patologie mediche. A volte accendendo i riflettori su malattie poco note, o anche inventando un nuovo nome e una nuova definizione per vecchi disturbi.
Promuovere esclusivamente
le pillole sarebbe riduttivo. La vera
propaganda, quindi, la si fa direttamente
"sponsorizzando" disturbi e malattie.
Come ? Mettendo in campo eserciti di
informatori, influenzando la ricerca
scientifica, sponsorizzando importanti
convegni medici, persino "pilotando" le
commissioni statali che aggiornano le
definizioni delle malattie. Sono sempre più
numerosi i casi di medici che redigono le
direttive il cui nome compare sui libri paga
dei produttori di farmaci.
Colesterolo, che
fortuna
Il primo dei timori ? Il colesterolo alto.
Una paura diffusa, che ha fruttato guadagni
per 25 miliardi di dollari all'anno ad
industrie come la
Bayer, l'AstraZeneca, e la Pfizer. Con
una spesa pubblica che è cresciuta al punto
da diventare una seria minaccia, in taluni
stati dell'Est europeo, per il sistema
sanitario nazionale.
Eppure, il colesterolo in sé non è un nemico mortale. Piuttosto è indispensabile per vivere! Nel caso di persone sane, l'unica cosa scientificamente accertata è che l'elevato livello di colesterolo nel sangue è solo uno dei tanti fattori che possono incidere sul rischio di disturbi cardiaci. Tra i pochi fattori, però, su cui si possa agire direttamente attraverso dei farmaci: le statine. Per le quali esistono investimenti promozionali colossali, paragonabili a quelli di certe marche di birra. Le statine sono un rimedio valido per chi ha già avuto problemi cardiaci. Per tutti gli altri, ovvero la maggioranza delle persone sane, le strategie per mantenersi in salute sono molto più semplici: una buona dieta, più movimento, niente fumo.
Questione di
definizioni
Nell'ultimo decennio le vendite di statine
sono salite alle stelle. Negli anni '90,
secondo i National institutes of Healts
(Istituti nazionali per la salute), sono 13
milioni gli americani che hanno bisogno di
cure a base di statine. Persone classificate
come "affette da colesterolo alto". Una
classificazione che viene periodicamente
rivista. Nel 2001, infatti, il numero sale a
36 milioni, secondo il parere di una
commissione di esperti che riformula le
direttive. Nel 2004 un altro aggiornamento:
si arriva a 40 milioni. Quadruplicato il
numero di pazienti oggetto di una possibile
terapia farmacologica.
Otto dei nove esperti che hanno redatto le direttive nell'interesse pubblico della nazione lavorano anche come relatori, consulenti o ricercatori per le maggiori case farmaceutiche al mondo: Pfizer, Merck, Bristol-Myers Squibb, Novartis, Bayer, Abbott, AstraZeneca e GlaxoSmithKline. Una maglia di legami finanziari per un conflitto di interessi sconcertante. Ma lo scopo è raggiunto: il colesterolo preoccupa "un sacco" di pazienti.
Un potere
sotterraneo
L'intreccio tra redattori di direttive e
l'industria - spiegano Moynihan e Cassels -
sono solo un aspetto della vasta rete di
interrelazioni tra medici e case
farmaceutiche. Si "gonfiano" le direttive
sulle malattie per ampliare il bacino dei
pazienti-clienti, e si condiziona anche la
ricerca scientifica.
Sempre negli Stati Uniti, si stima che un
buon 60 per cento della ricerca e dello
sviluppo biomedico riceva finanziamenti da
fonti private. In prevalenza, si tratta di
case farmaceutiche. La percentuale sfiora il
cento per cento nel settore degli
antidepressivi: quasi tutti i test clinici
di questi farmaci vengono finanziati dagli
stessi produttori.
E anche la Bibbia degli psichiatri, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, un librone di mille pagine che classifica i disturbi della mente, è risultato essere un testo poco trasparente: più della metà dei membri del gruppo di esperti che ha redatto le definizioni, infatti, ha legami finanziari con aziende del settore farmaceutico.
Non vi basta? C'è una notizia ancora più sconvolgente: persino le attività di diverse associazioni per la difesa dei pazienti e dei malati vengono "sostenute" dall'industria farmaceutica. Uno scenario inquietante.
Depresso ? Va'
dal medico
La depressione è una diffusa patologia
psichiatrica dovuta con ogni probabilità ad
uno squilibrio chimico nel cervello. Si può
curare al meglio con una moderna categoria
di farmaci chiamati Selective serotonin
reuptake inhibitors, o Ssri (inibitori
selettivi della ricaptazione della
serotonina).
Vi sembrerà più semplice chiamarli Prozac,
Paxil o Zoloft. E se a consigliarvi questi
farmaci è il vostro medico, perché non
fidarsi ?
Dietro ai consigli dei medici, è noto, c'è
un esercito di professionisti: gli
informatori medico-scientifici. Le industrie
infatti intervengono anche sul modo in cui i
medici prescrivono i farmaci.
Rappresentanti (28 mila in Italia) e
rivenditori sono sempre pronti al sorriso e
ad elargire preziosi ed amichevoli consigli
sui farmaci più recenti, oltre che i
migliori aggiornamenti sulle malattie.
Chiunque metta piede in uno studio medico ne
sa qualcosa. Un lavoro dagli abbondanti
frutti: è grazie a questi professionisti,
infatti, che in alcuni Paesi le prescrizioni
di antidepressivi si sono triplicate nel
corso degli anni '90. Con un fatturato
complessivo, per i produttori, di oltre 20
miliardi di dollari.
E la depressione ? Gli specialisti di malattie mentali dicono che la teoria della mancanza di serotonina è solo una delle tante teorie scientifiche, per di più semplicistica e anche sorpassata. Ma tenuta viva dall'apparato promozionale fatto di tante strette di mano e campioni gratuiti negli ambulatori medici.
Una salutare
informazione
Le industrie fanno solo il loro mestiere:
vendere il più possibile al prezzo più alto
possibile. E lo fanno investendo il 30 per
cento del loro fatturato in un'aggressiva
politica di marketing. Soltanto in Italia,
fatturano 20 miliardi di euro.
E il Servizio sanitario nazionale ?
Ha l'obiettivo opposto: comperare medicine
al prezzo più basso possibile, e soltanto
per pazienti che ne hanno veramente bisogno.
Compreso il danno ? Non è solo per il
paziente reso indebitamente "malato", ma per
l'intero sistema gestito dallo Stato,
costretto a reggere una spesa pubblica
superiore a quella effettivamente
necessaria.
Non è facile stabilire dove stiano i confini
tra salute e malattia, specie quando enormi
forze promozionali sono all'opera per
cercare di confonderli. A volte le malattie
sono reali, dolorose e mortali, e la cura è
auspicabile.
In molti altri casi, i problemi sono
talmente lievi e passeggeri che non fare
niente potrebbe rilevarsi la migliore
scelta.
La soluzione? Ci vorrebbe più informazione
indipendente. I medici accolgono a braccia
aperte gli informatori, le riviste mediche
dipendono troppo dalla pubblicità delle
industrie farmaceutiche. Trovare materiale
di qualità non è facile. Ma perlomeno, uno
sforzo merita di essere fatto. Prima di
correre in farmacia.
By Agostino Laudani
Tratto da:
http://www.cbgnetwork.org/1554.html
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La Creazione industriale di nuove
malattie
Nel Medio Evo, ciarlatani e cavadenti
promettevano già bellezza e salute, per non
dire dell’eterna giovinezza, grazie a
pozioni miracolose e a elisir di lunga vita.
Si sarebbe potuto sperare che simili
pratiche declinassero con il progresso; al
contrario, la pubblicità le ha esacerbate.
Se non vale la pena attardarsi sull’esempio
caricaturale dei cosmetici, ben altra
attenzione merita il modo, misconosciuto,
con cui l’industria farmaceutica utilizza il
sistema pubblicitario per pervertire la
medicina. In Francia, la vendita e la
pubblicità diretta dei medicinali sono
teoricamente limitate: in realtà lo sono
sempre meno.
Gli industriali del settore stanno cercando
di raggiungere il grande pubblico e lo
fanno, come chiosano ammirati i
pubblicitari, «a suon di sotterfugi per
raggirare una regolamentazione restrittiva».
Sarebbero tutti soddisfatti se si
raggiungesse il livello degli USA, dove la
deregulation liberale ha autorizzato il
direct to consumer. In dieci anni, i budget
pubblicitari si sono decuplicati e il giro
d’affari dei medicinali coinvolti si è
triplicato…
Non siamo ancora a questo
punto, ma il sistema pubblicitario non è
meno attivo in Francia, dove mira al target
che la legge gli consente: il medico che fa
le ricette. I medici sono tampinati da una
legione di rappresentanti dei laboratori
farmaceutici. Si parla spesso della carenza
di personale medico negli ospedali.
Ricordiamo che in questo caso c’è un
rappresentante ogni nove medici! Si parla
spesso della «dura necessità», per poter
finanziare la ricerca medica, di far pagare
ai Paesi poveri i diritti di brevetto, che
moltiplicano per dieci o anche più il prezzo
dei medicinali. Ricordiamo che i laboratori
destinano soltanto dal 9 al 18% del loro
budget alla ricerca, ovvero tre volte meno
di ciò che viene destinato al marketing.
A lungo persuasi di far
bene il loro mestiere, cioè di fare del loro
meglio per la salute del paziente, i medici
si sono resi conto che vengono reclutati per
fare consumare il più possibile determinati
prodotti.
Un sistema pubblicitario efficace mira a
fare di chi prescrive le ricette un braccio
affidabile della tenaglia che stritola certi
malati. Ecco come si svolge il lavaggio del
cervello, spiegato da chi l’ha subìto in
prima persona.
All’inizio dei suoi studi, il futuro medico
scopre con piacere tutto un mondo di regali,
di loghi che gli divengono familiari e di
sponsor generosi che sovvenzionano serate e
settimane bianche. La contropartita sembra
minima, basta far finta di ascoltarli mentre
abbozzano una graziosa «verità scientifica»
su un dato prodotto.
Comunque, «fanno parte
della nostra formazione», come dicono i più
vecchi, in generale già ben formattati.
Più tardi, lo studente comincia a conoscere
seriamente le patologie. I libri su cui
studia raccomandano certi medicinali in
grassetto, gli stessi di cui si ritrova la
scintillante pubblicità nella sovraccoperta
o inserita tra le pagine. Libri scritti dal
«fior fiore della medicina», che ha
acquisito notorietà grazie alle sovvenzioni
di laboratori legati alle loro
specializzazioni gli stessi che producono
quei medicinali.
Ma per lo studente quel testo è il
riferimento indispensabile, e siccome la
medicina s’impara a memoria, tutto ciò entra
a far parte del sistema! Durante
l’internato, volente o nolente, frequenta i
laboratori più volte a settimana (in
occasione di «visite di cortesia», di uscite
organizzate, di «riunioni d’informazione»,
ecc.). Inoltre, il primario può esercitare
pressioni dirette o indirette affinché si
orientino le prescrizioni a favore del
laboratorio X, amico del primario.
Lungo tutta la sua vita lavorativa, il medico sarà corteggiato per il suo stesso bene: riunioni, pranzi, «soggiorni di formazione» lo arricchiranno di un sapere preconfezionato, abilmente truccato alla bisogna nelle riviste di riferimento o nei dépliant che vantano le proprietà del medicinale (che talvolta «dimenticano» di menzionare taluni effetti secondari).
Quando sono state
lanciate le pillole contracettive di terza
generazione (meglio tollerate delle
precedenti, ma considerate a rischio per un
possibile aumento delle malattie
cardiovascolari), un laboratorio spiegava
nelle sue schede promozionali come,
contrariamente alle pillole concorrenti, il
tasso di colesterolo non fosse aumentato con
i suoi prodotti. Un esame più attento della
spiegazione segnalava che questa prova
«scientifica» era stata riscontrata… nella
femmina del coniglio. Le cavie sapranno
apprezzare.
Quindi, anche se i medici hanno appreso
(molto di recente) ad avere uno sguardo
critico, i trucchi del mestiere funzionano
sempre. Allorché i rappresentanti cessano di
incentivare i medici, il volume dei
medicinali prescritti nella zona geografica
trascurata (sorvegliata con la complicità
dei farmacisti e delle mutue) precipita.
Sono dunque i rappresentanti ad acuire il
senso critico dei medici ? Sì, nei confronti
di malattie che non esistono e che vengono
create a colpi di convegni e articoli
«scientifici» ratificati da rinomati
professori.
Una creazione particolarmente facile quando
la frontiera tra il normale e il patologico
è così sottile.
A partire da quali soglie bisogna prendere
in considerazione il tasso di colesterolo o
la tensione arteriosa ?
La minima flessione può creare un mercato
immenso…
Philippe Pignarre, che ha
lavorato per diciassette anni nell’industria
farmaceutica, ci ricorda che quest’ultima
costituisce il «gioiello della corona del
capitalismo». I suoi tassi di profitto sono
più alti di quelli di qualsiasi altro
settore, banche comprese. Ma per mantenerli,
tenendo conto della scadenza dei brevetti,
bisogna innovare di continuo e spingere con
urgenza, a dispetto di ogni prudenza, al
consumo di nuovi prodotti.
Pignarre ci spiega in dettaglio le strategie
impiegate: si pubblica uno stesso articolo,
sotto firme diverse, per aumentare la
notorietà di una nuova molecola e suggerire
ai medici che i suoi vantaggi sono stati
davvero confermati; poi la si può
addirittura commercializzare sotto due nomi
diversi per imporla più rapidamente
(strategia detta di co-marketing); infine si
fa pressione per farla prescrivere in prima
battuta, ecc.
Quando le molecole divengono di pubblico
dominio, si procede alla «cosmesi» dei
medicinali, scommettendo sulla celebrità del
nome di marca; ad esempio, si fa di tutto
per far dimenticare che la Tachipirina non è
altro che paracetamolo.
C’è anche la «strategia di nicchia »: i
laboratori propongono il loro medicinale nel
sottodominio limitato di una patologia e in
seguito «lavorano per allargare questa
nicchia, preparando i medici al depistaggio
e sensibilizzando sia la stampa che il
grande pubblico. Si sono così visti nascere
alcune ‘nuove’ turbe psichiatriche», come
certe forme di depressione breve o di
schizofrenia precoce.
Davanti alla difficoltà
di trovare nuovi medicinali, i laboratori si
accingono dunque a inventare nuovi pazienti
per vendere i loro vecchi prodotti. A questo
fine, essi ricorrono a tutti gli stratagemmi
del sistema pubblicitario, utilizzando le
tattiche di comunicazione che si indirizzano
direttamente alle masse per il tramite dei
media.
Negli Stati Uniti è così improvvisamente
comparsa una nuova malattia: «la turba da
fobia sociale».
Tra il 1997 e il 1998 vi si fa riferimento,
nei media, una cinquantina di volte ma, nel
1999, l’epidemia sembra dilagare tanto che
vi si fa riferimento più di un miliardo di
volte.
Cosa è successo ? Niente, se non lo sviluppo
di una vivace strategia di relazioni
pubbliche per conto di un laboratorio che
cerca nuovi sbocchi per un antidepressivo,
il Paxil, le cui vendite aumentano del 18%
nell’anno 200024.
Queste strategie sono
pericolose, perché i medicinali possono
innestare una caterva di effetti
indesiderabili, che vanno dagli effetti
collaterali benigni a quelli mortali.
Ad esempio, un laboratorio propone degli
ormoni per occuparsi della «menopausa
maschile»; le sue pubblicità giocano sul
desiderio degli uomini di «restare giovani»
e di conservare tutta la loro libidine. Ma
c’è da temere che il testosterone proposto
comporti a lungo termine un drammatico
aumento dell’incidenza del cancro alla
prostata.
Allo stesso modo, anche sul breve termine, i
sondaggi clinici su un campione di 2.500
persone sono statisticamente troppo deboli
per accertare eventuali effetti negativi
gravi (con i laboratori che, in caso di
problemi, fanno tutto il possibile per
spiegarli tramite le caratteristiche delle
cavie piuttosto che delle molecole).
Un farmaco tagliafame ha ottenuto nel 1985
l’autorizzazione alla distribuzione sui
mercati (AMM): trombe e tamburi, congressi
sul prodotto miracoloso che migliorerà
l’alimentazione di milioni di persone,
malate per aver troppo consumato o più
spesso schiave di un conformismo fisico
propagandato proprio dalla pubblicità.
In pochi anni viene
consumato da sette milioni di persone e qui
ci si accorge della sua pericolosità: 200
persone moriranno o subiranno gravi
conseguenze. L’ingegnosità dispiegata per
massimizzare la redditività del triangolo
medico-malato-laboratorio è terrificante. Il
predominio dell’immagine sulla verità è un
tratto indiscutibile della pubblicità, ma
nel campo della salute è criminale, perché i
medicinali sono potenzialmente delle vere e
proprie mine antiuomo.
Il principio di precauzione va a farsi
fottere grazie a un’ondata di pubblicità che
stimola l’iperconsumo dei medicinali, il
quale a sua volta comporta 1.300.00 ricoveri
(cioè il 10% del totale!) e 18.000 decessi
all’anno solo in Francia. Coccolando
l’illusione ossessiva della salute perfetta,
della bellezza e della gioventù eterne,
Big Farma
ha creato di fatto
delle nuove malattie.
Il cinismo dei laboratori
trova l’eguale solo presso i loro marketers,
che sacrificano coscientemente la nostra
indipendenza, e anche la nostra vita, al Dio
Profitto. Eppure sarebbe sbagliato e
ingiusto imputare al solo sistema
pubblicitario questa deriva del mondo della
medicina.
Di nuovo, essa non fa che svelare,
aggravandole, le insufficienze di una
concezione della medicina come assistenza
focalizzata sulla prescrizione di composti
chimici la cui aggressività è causa di
patologie e dipendenze. Ora, le statistiche
provano che i progressi della salute
pubblica non sono legati in modo decisivo ai
medicinali moderni, ma molto più al
miglioramento delle condizioni di vita e
specialmente dell’alimentazione, vale a dire
a cose che gli individui possono controllare
da sé.
Un’altra concezione della salute si profila
a questo punto, una concezione fondata
sull’autonomia personale e garantita da una
sana igiene di vita che prevede il ricorso
all’assistenza medica solo in certi casi
particolari.
Gli «spettacolari
progressi» della tecnica medica non solo non
hanno contribuito granché all’aumento della
speranza di vita, ma hanno avuto effetti
nefasti non voluti o previsti dai medici.
Da un lato questi effetti, invece di
spingere gli individui a prendere in mano la
loro salute per costruire un modo di vivere
più sano, hanno rinforzato l’idea che la
salute è assicurata al meglio tramite il
consumo quotidiano di cure prodigate da
istanze specializzate. Dall’altro lato, sono
stati sistematicamente usati per
giustificare le condizioni di vita moderne:
condizioni che sono sempre più patogene !
Il cancro,
causa di morte per 150.000 francesi ogni
anno, è un’epidemia legata all’industria,
più precisamente a quella chimica, che è
anche alla base della farmacopea.
Come scriveva Ivan Illich, “la civiltà
industriale crea nuove malattie e il sistema
medico stesso è ben lungi dall’essere sano:
Una struttura sociale e politica
distruttiva trova il suo alibi nel potere di
appagare le proprie vittime con terapie che
esse hanno imparato a desiderare. Il
consumatore di cure diviene impotente a
guarirsi o a guarire chi gli sta vicino”.
CONCLUSIONI
Era ora che la pubblicità
provocasse una reazione proporzionata alla
ripugnanza che ispira a molti di noi: la
pubblicità è in sé infame, è propaganda
industriale che si spaccia per informazione
e talvolta passa per tale.
È infame per ciò che promuove: l’edonismo
adulterato, il narcisismo delle apparenze
mercantili, la noncuranza col e il disprezzo
del passato che sta dietro alla beata
nostalgia della «vera vita campestre».
È infame soprattutto perché è un potente
motore di quel consumismo e di quel
produttivismo che sono all’origine del
saccheggio della natura e delle società, al
quale contribuisce in misura ancora maggiore
mascherando la devastazione del mondo che ne
consegue e che, malgrado tutto, salta agli
occhi.
Non ci si può che rallegrare del lavoro di
tutte quelle associazioni che si sforzano di
sensibilizzare la popolazione su questa
peculiare nocività e che lottano compatte
contro il suo imperialismo.
Ma questa battaglia resta troppo spesso
parziale; condotta per vie legali e
giuridiche, essa è simile a quella di Sisifo
contro il suo masso, che rotola sempre giù
dal pendio. Non ci si può limitare a
criticare la pubblicità, come ha ben capito
l’associazione Casseurs de pub che, traendo
le dovute conseguenze dalla sua attività
iniziale, oggi pubblica un giornale
intitolato «La Décroissance» (La
Decrescita).
La pubblicità è in effetti intrinseca
all’organizzazione della vita di cui tutti
facciamo parte e che bene o male
sopportiamo: essa ne è quindi inscindibile,
in tutte le sue dimensioni. Criticare la
pubblicità senza criticare questa
organizzazione e senza voler uscire dalla
trappola della crescita è contraddittorio.
La pubblicità è una componente a pieno
titolo di quella produzione industriale su
cui poggia il nostro laborioso comfort.
Tratto e continua su:
http://www.informationguerrilla.org
Fonte: MISERIA UMANA DELLA PUBBLICITA’.
Il nostro stile di vita sta uccidendo il
mondo, Gruppo MARCUSE, Elèuthera, 2006, 144
pp.
Vedi anche:
http://www.gliscomunicati.com/content.asp?contentid=721
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GLI INVENTORI
DELLE MALATTIE - LA MEDICINA CHE NON
GUARISCE - Come difendersi da terapie
inutili o nocive
In
ogni branca della medicina, nella
ginecologia come nell’ortopedia o nella
prevenzione del cancro, sono diffusi veri e
propri miti. E accade spesso che farmaci,
diagnosi e terapie non siano tanto delle
necessità mediche, quanto piuttosto il
risultato di errori, false conclusioni e
interessi finanziari. La cosa si fa
spaventosamente evidente quando capita che i
medici diventino pazienti: rispetto agli
altri cittadini è infatti emerso come molto
più di rado essi si facciano operare. Viene
dunque da pensare che in molti spingano i
pazienti a sottoporsi a interventi a cui per
se stessi non acconsentirebbero. E questo
perché sanno benissimo quali operazioni
siano davvero indispensabili, quali cure
possano realmente giovare ai loro pazienti e
quali soltanto al proprio portafoglio.
Informarsi è la
migliore delle medicine !
Quali procedure mediche e quali interventi
sono inutili, quali addirittura pericolosi ?
Il giornalista scientifico e autore di best
seller Jörg Blech analizza criticamente i
trattamenti medici più diffusi e
controversi, come gli interventi all’ernia
del disco, le terapie contro l’artrosi, le
operazioni al cuore, le cure contro il morbo
di Alzheimer e contro l’osteoporosi. E il
suo testo è un vero e proprio attacco,
illuminante, mosso all’ignoranza e alla
disinformazione. Scopo ultimo, il
raggiungimento di una medicina realmente di
qualità.
E i principali
ostacoli alla scienza sono l’interesse
economico, che tante volte influenza
l’operato dei medici più di ogni altra
forza, e la disinformazione, che fa dei
cittadini, loro malgrado, gli ignari
colpevoli delle più gravi carenze del
sistema sanitario.
Ma gli esiti di questo modo di procedere,
ormai è chiaro, sono disastrosi e per il
singolo e per il sistema.
A guadagnarci non sono state che le case
farmaceutiche e le industrie produttrici di
apparecchiature sempre più tecnologizzate.
Questa
la descrizione in sintesi del pensiero di:
JÖRG BLECH, nato nel 1966, ha studiato
biologia e biochimica in Germania e in Gran
Bretagna. Ha frequentato la scuola di
giornalismo ad Amburgo e dal 1994 ha
lavorato nella redazione medica e
scientifica delle riviste «Der Stern» e «Die
Zeit». Dal 1999 scrive per «Der Spiegel».
Il suo libro Gli inventori delle malattie
è rimasto per ben 40 settimane fra i best
seller menzionati da «Der Spiegel».
Tratto da:
www.lindau.it
Ecco un'altro esempio
di mala-informazione
Fare la doccia
può danneggiarvi il cervello, Ecco le
fesserie inventate per far paura alla
gente....da parte delle
multinazionali
dei
farmaci....
tratto da:
www.data-yard.net/10d2/shower-damage.htm
Carolina (USA) - ecco che arriva
l'ennesima idiozia sui pericoli per la
"salute": tracce di manganese respirate
mentre si fa la doccia potrebbero
influenzare il cervello e causare tremori.
"Dieci anni di docce in acqua che contiene
le concentrazioni di manganese permesse in
America esporrebbe i "giovani" (forse questi
falsi "scienziati" pensano che i più
anziani non fanno la doccia) a livelli tre
volte più alti di quelli che sono stati
notati nel cervello dei ratti. (senza
pensare che probabilmente i ratti hanno la
capacita' di accumulare nel cervello meno
manganese degli umani....)
Ciò che non si dice è quanto difficile sia
persuadere un ratto a farsi una doccia al
giorno per 10 anni, né si precisa che
esposizione non significa danno, né si parla
di soglie di tolleranza che invece esistono,
né si menziona che, tra le docce, c'è tutto
il tempo di eliminare il possibile accumulo
da esposizione. Ma l'importante è mantenere
il clima di paura - la paura di esistere.
Più si ha paura, infatti, più si diventa
ricettivi a nuove paure e obbedienti a
intimidazioni.
Tutto dettato dalle
multinazionali
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PSICHIATRIA: CREAZIONE E SVILUPPO DI UNA "MALATTIA MENTALE"
La "dipendenza da Internet e dai videogames"
La "dipendenza
da Internet e dai videogames"
sarà una possibile new entry nella prossima
edizione del
Manuale Diagnostico e Statistico dei
Disturbi Mentali
(Diagnostic and Statistical Manual of Mental
Disorders), il che equivale ad una nuova
malattia mentale.
L'Associazione Medica Americana (AMA)
ne sta discutendo la validità, secondo il
rapporto presentato è dipendente chi usa
i video giochi per più di due ore al giorno.
Ma anche questa "sindrome" è
controversa, come riporta un articolo su "The
Observer", o il rapporto stesso nel
quale si parla dei potenziali benefici
per alcuni aspetti dell'assistenza sanitaria
riabilitativa. Ma del resto la maggior parte
delle "malattie" coniate dalla psichiatria
non ha riscontri oggettivi.
Il Dottor Bruce Levine, autore di
Commonsense Rebellion: "Ricordiamo che
non è stato trovato nessun marcatore
biochimico, neurologico o genetico per il
Disturbo da Deficit di Attenzione, il
disturbo oppositivo provocatorio, la
depressione, la schizofrenia, l'ansia,
l'abuso compulsivo di droghe e alcol,
l'obesità, il gioco d'azzardo o qualsiasi
altra malattia mentale, disagio o disturbo".