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Manuale di MEDICINE ALTERNATIVE BIOLOGICO NATURALI  -  Manual of ALTERNATIVE MEDICINES

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ANIMALI SAGGI ed intelligenti - La Bestia SAPIENS
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Numeri e memoria: lo scimpanze' batte l'uomo - Lo scimpanze' Ayumu durante l'esperimento
Gli scimpanze' hanno una memoria visiva più pronta di quella umana.
Sono questi i risultati dell'esperimento condotto dal Primate Research Institute all'Università di Kyoto e ha confrontato scimpanze' di cinque anni con studenti di college.

Scienziati increduli - "Non lo avrei mai immaginato", commenta il professor Tetsuto Matsuzawa, co-autore dell'esperimento i cui risultati verranno pubblicati domani dalla rivista "Current Biology".
Matsuzawa ha sottoposto tre giovani scimpanze' al seguente test: uno schermo touch-screen con 9 cifre, corrispondenti ad altrettanti tasti da premere per ristabilire la sequenza mostrata loro per brevissimo tempo. L'animale vincitore della selezione, Ayumu, ha poi sfidato 9 volontari, uomini e adulti.

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L'aritmetica delle scimmie sanno contare come noi


CHICAGO 2007 - Ecco un nuovo elemento da aggiungere alla lista delle cose che ci legano al mondo animale, in particolare a quello delle scimmie.
Anche loro infatti saprebbero contare, o comunque distinguere tra diverse quantità numeriche. Lo dimostra un esperimento condotto dai ricercatori della Duke University di Chicago, secondo il quale i nostri parenti animali più prossimi avrebbero una sorprendente agilità mentale nel riconoscere numeri e fare piccole somme. Lo studio è stato condotto in curioso parallelo tra primati e studenti volontari e i risultati ottenuti sono stati sorprendenti.

Nell'esperimento alle scimmie è stato chiesto di fare rapide addizioni mentali: il 76 per cento degli animali ha risposto positivamente, contro il 94 per cento degli studenti, cui era stato chiesto di fare la stessa cosa. Una differenza di percentuale irrisoria, che secondo gli scienziati americani suggerisce una comune propensione al calcolo.
"E' noto che gli animali sanno riconoscere le quantità, ma la vera sorpresa sta nella loro capacità di realizzare calcoli matematici come l'addizione", ha spiegato Jessica Cantlon, ricercatrice al Centro di Neuroscienza cognitiva della Duke University, a Durham (North Carolina). "La nostra ricerca dimostra proprio questo".

Lo studio, pubblicato nella rivista Public Library of Scienze Biology, arriva poco tempo dopo quello di un gruppo di ricercatori giapponesi, che ha dimostrato come i giovani scimpanze' abbiano una memoria di breve termine migliore di quella dei loro colleghi studenti.
L'indagine americana però si è spinta oltre, dimostrando che i primati possono non solo analizzare l'informazione, ma anche riprodurla. Non solo: secondo gli studiosi, l'aritmetica potrebbe essere parte integrante del nostro comune passato evoluzionistico.

L'esperimento.
I giovani primati, sottoposti ad esperimenti mnemonici, hanno dimostrato di essere in grado di ricordare brevi modelli matematici apparsi in successione su uno schermo di computer, meglio dei loro "rivali" umani.
Nell'esperimento, condotto dai ricercatori della Duke University, le scimmie e gli studenti sono stati messi davanti a un computer che mostrava due file di punti in successione.
La schermata successiva conteneva due scatole, l'una con la somma esatta dei due blocchi di punti, l'altra con un numero diverso. Le scimmie (e così anche gli studenti) dovevano rispondere indicando la somma esatta tra le due. Solo che, a differenza dei "colleghi" umani, venivano ricompensate con una bevanda zuccherata per ogni risposta esatta; agli studenti invece era stato chiesto di non contare ad alta voce i puntini.

I risultati.
Tanto i ragazzi che i macachi hanno fornito le risposte in un secondo circa: e questo è solo l'inizio di una serie di similitudini. Entrambi infatti hanno impiegato più tempo e fatto più errori quando nelle due scatole da selezionare c'erano cifre simili.
"E' quello che noi chiamiamo "effetto proporzione" - ha spiegato la Cantlon - ma ciò che è sorprendente è come entrambe le specie subiscano l'effetto-proporzione nelle stesse modalità".

Secondo gli studiosi americani, dunque, tutto ciò rientrerebbe in una capacità aritmetica cosiddetta "non verbale". L'addizione infatti è una operazione matematica che implica due o più rappresentazioni quantitative (gli addendi) combinate per formare una nuova rappresentazione (la somma). Questa abilità sarebbe connessa alla capacità umana di esprimersi tramite il linguaggio.
Questo esperimento, invece, dimostrerebbe l'esistenza di una capacità addizionale "non verbale", vale a dire intuitiva, che i primati hanno dimostrato di avere in più occasioni, all'interno del laboratorio della Duke University.

Messi di fronte a due file di quattro limoni, infatti, hanno imparato a riconoscere la quantità stabilita di "otto" frutti. Tanto da rimanere in attesa, di fronte ad una fila di soli quattro. Quasi come a dire: quando arrivano gli altri limoni?
Per chi considera l'uomo ontologicamente come creatura "differente" dagli animali - il primo dotato di mente gli altri no - e chi diceva che non esistono facoltà concettuali pre-verbali (pre-linguaggio verbale moderno)

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La BESTIA SAPIENS

Fratellanza, amicizia, tolleranza. Sono virtù che noi umani dovremmo imparare dagli altri animali. E neanche la coscienza è un'esclusiva della nostra specie. Lo dice in uno sconvolgente libro Jeffrey Masson  - Nella copertina del suo libro Jeffrey Moussaieff Masson si vedono: un uomo abbracciato a una scimmia. Nell'altra pagina: la raffigurazione ironica, di un fantino in sella a una mucca. 

Gli animali,  sono un modello di socialità superiore agli umani. Sono dotati di altruismo e generosità, sono capaci di fare amicizia con altri animali di specie diverse, anche con quelli che la biologia indicherebbe come loro prede na­turali. E per questo possono insegnarci co­me costruire una società basata su fratellanza, tolleranza e convivenza pacifica.
Lo dice Jeffrey Moussaieff Masson, un'autorità in materia, di formazione psicoanalista.
Dei diritti degli animali si sono occupati da anni filosofi come Tom Regan o Peter Singer, per ipotizzare che le leggi dell'etica valgono anche per i non umani.
La riflessione di Masson è però diversa, non è teorica: le sue conclusioni che ci costringono a rivedere le nostre opinioni sui confini tra le specie e sulla presunta superiorità dell'homo sapiens si basano su una ricerca sul campo.
Ed i suoi sorprendenti risultati sono raccontati nel libro "Nel regno dell'armonia", in uscita per i tipi di Marco Tropea. Insieme alla moglie Leila, pediatra, Masson (americano d'origine) ha organizzato nella sua casa di Auckland in Nuova Zelanda una convivenza tra specie diverse: un gatto, un cane, un coniglio, due ratti e due polli.”Il mio - ammette con "L'espresso" - è stato un esperimento con un certo grado di artificiosità, che è servito a ottenere risultati in breve tempo senza danno per gli animali. Come Pirandello, sono stato il regista dei miei personaggi”.
All'inizio, insomma, è stato necessario intervenire perché l'insolita famiglia interspecie - i ratti Kia e Ora i polli Moa e Moana, la cagnolina Mika, il gatto Tamaiti e il coniglio Hohepa - imparassero a convivere pacificamente.
Ma i risultati sono arrivati. E non si è trattato solo di un patto di non aggressione, ma di vera amicizia, confermata dai giochi tra Tamaiti e Hohepa, tra Mika e la gazza addomesticata dei vicini, e dallo slancio con cui Mika (la cagnolina) ha difeso il coniglio da un altro cane. “Gli animali dimostrano che la tolleranza può essere insegnata, grazie al contatto, alla reciproca conoscenza”, dice Masson, “e perfino un gatto e un topo possono fare amicizia, se passano abbastanza tempo insieme”.
Ed è una lezione che anche noi umani possiamo apprendere. “Farlo è possibile, anzi necessario”, insiste Masson: “Uno dei problemi di George W. Bush è che non è andato da nessuna parte, non parla nessuna lingua, non conosce il mondo. Se ci impegniamo per familiarizzare con tutte le creature viventi, umane e non, vedremo emergere i punti di contatto più che le differenze. E potremo cambiare radicalmente il nostro atteggiamento”.
L'affermazione è di quelle che spiazzano, ma Masson non ha paura di scandalizzare.
Lo fa da quando all'inizio degli anni Ottan­ta, giovanissimo curatore dei prestigiosi Freud Archives, mise a rumore il mondo scientifico con una polemica sulle censure che il padre della psicoanalisi avrebbe messo in atto per occultare le molestie subite durante l'infanzia dai suoi pazienti. Ed oggi, dopo una serie di libri in cui ci sfida a trattare polli e maiali non come pietanze ma come individui dotati di una loro personalità, fa un nuovo, decisivo, passo.
Afferma che gli animali non solo ci somigliano, ma sono dotati di una coscienza e quindi sanno essere migliori di noi. “Sono incapaci di mostrare emozioni negative come l'odio. Un'esperienza invece esclusivamente umana, che accompagna da sempre la nostra specie, anche se francamente non ne vedo l'utilità dal punto di vista evolutivo”, spiega Masson. E aggiunge: “Si dice che la differenza tra noi umani e gli altri animali è nella nostra razionalità. Ma se fosse così, come si spiegherebbero l'invidia e il desiderio di sterminare membri della stessa specie, che invece i "non razionali" animali non provano ?».
Un quadro troppo idilliaco, vista la violenza presente in natura ? “I carnivori non odiano le potenziali prede, si limitano a considerarle cibo. Uccidono solo quello che serve loro per sopravvivere”, risponde Masson. E invita a non dimenticare che fra i mammiferi i carnivori sono una minoranza, e anche le potenziali prede dedicano molto più tempo alla ricerca del cibo che a proteggersi dai loro aggressori: “Gli ani­mali tendono a lasciare in pace le altre specie, e nel loro mondo c'è una sorta di razionalità che dovremmo imparare a comprendere e imitare”.
Stavolta la sfida non è solo ai filosofi razionalisti, ma pure agli scienziati. “Non è un caso che le più attente studiose di animali siano donne come le primatologhe Jane Goodall o Birute Galdikas, personaggi solitari, allergici alle regole accademiche”, ricorda Masson: “Le donne sono meno legate ai metodi convenzionali di ricerca, hanno meno pregiudizi e sono più disposte a osservare senza interferire. Ancora oggi, però, una posizione netta a favore dei diritti animali è considerata un'eccentricità che non si perdona a uno scienziato”. È proprio questo il meccanismo che Masson vuole smontare: “Se tutti imparassimo a riconoscere l'unicità di ogni creatura vivente, umana e no, le cose andrebbero diversamente”, afferma: “Non è forse vero che le violenze su umani che percepiamo come lontani, molto diversi tra noi – come  ad esempio i civili iracheni - ci colpiscono davvero poco ?

Insomma dagli animali dobbiamo imparare anche l'arte dell'empatia”.
In casa Masson è stata Leila a doversi arrendere al fascino dei ratti, gli animali che all'inizio le piacevano meno. “Ora viviamo con tre ratti che hanno personalità distinte e complesse. Chi siamo noi per dire che questi animali sono disgustosi, o che lo sono gli insetti ?”, osserva Masson: “Per i bambini, che non hanno di questi pregiudizi, tutti gli animali sono ugualmente interessanti. Quanto ai topi, le ricerche mostrano che sono in grado di provare compassione nei confronti di altri topi che non conoscono. Potremmo dire che sono superiori a noi dal punto di vista morale ?”.

C'è chi trova difficile attribuire concezioni morali ad animali considerato che questi ma ne siamo davvero certi ? - non hanno coscienza di ciò che fanno. “E noi, siamo davvero certi di averla  ? Fino a che punto ? “, polemizza con veemenza Masson: “Molte delle scelte che definiamo morali nascono dalla volontà di dare agli altri una certa immagine di noi.

E vari esperimenti mostrano che quando sono certi di avere una totale impunità, gli umani possono commettere azioni orribili. Animali sociali come i cani, abituati a vivere in branco, sono contenti se fanno qualcosa che fa piacere agli umani con cui convivono: quando si è lanciata per salvare il coniglio, Mika l'ha fatto soprattutto per me.
Osserviamo i cani guida per ciechi: non sono orgogliosi del loro lavoro ?”.

Gli animali però non sono tutti così: “I gatti sono gli unici animali che riescano a fingere, a mostrare un certo grado di ipocrisia”, prosegue Masson: “E anche gli unici la cui vita emozionale sia migliorata grazie alla convivenza con gli umani: erano creature solitarie che hanno impara­to a essere socievoli. Ma forse hanno imparato anche altro: sono capaci di dialogare con gli umani pur senza usare le parole. Chi vive con un gatto può testimoniare di lunghe conversazioni, con domande e risposte. Dobbiamo stare attenti a come ci comportiamo di fronte a un gatto”.
Un po' di ipocrisia, come nel caso dei gatti, però semplifica la vita. “A piccole dosi può funzionare come lubrificante sociale”, ammette Masson: “Ma noi esageriamo, nascondendo anche le emozioni positive come la felicità o l'amore. Con quale vantaggio ? Cosa c'è di razionale in questo ?”. Dopo anni passati a studiare la psiche umana, Masson è più che convinto della sua scelta: “Siamo i soli capaci di provare un emozione senza rendercene conto: Freud sosteneva che un uomo può amare una donna per anni senza saperlo”.
Solo per questo ha lasciato il mestiere di psicoanalista ? “Ho provato disgusto”, risponde Masson, “per l'ipocrisia, la corruzione che ho trovato negli ambienti che frequentavo. Così ho cominciato a occuparmi di animali, affascinato dalla loro schiettezza. Non possiedono nulla e non ne sentono il bisogno. E anche in questo possono insegnarci molto. Mio figlio, 11 anni, mi ha chiesto in regalo un'automobile elettrica per il suo compleanno, un animale avrebbe trovato più che soddisfacente fare una passeggiata nel bosco con me. Perché un essere umano non può fare lo stesso ?”.
Il cambiamento, insiste Masson deve cominciare dai bambini: “è importante che la socializzazione cominci prima che si instaurino pregiudizi sociali. Prima che qualcuno ti dica con chi non devi giocare, o quale animale non devi toccare”.
Oggi però il nostro atteggiamento nei confronti degli animali sta cambiando. “Ci sono conferme del fatto che gli animali siano molto più simili a noi di quanto pensassimo, e questo comincia a farci riflettere”.
Resta da fare il passo più difficile: “Riconoscere che sono individui con i loro diritti. Intendo tutti gli animali, non solo quelli più vicini a noi come i grandi primati. Dopo tutto, noi umani non siamo così fantastici”.
By Paola Emilia Cicerone - Tratto da L'Espresso, 13 sett. 2007

Razionali dunque diversi
Sull'unicità degli umani pubblichiamo una parte dell'intervento di Piergiorgio Odifreddi alla conferenza "Evoluzione umana: Alla ricerca delle radici antropiche" in corso alla Pontificia Università Comillas in Spagna.

Il principio antropico, di cui tanto (e troppo) si parla, altro non è se non la banale constatazione che le condizioni iniziali dell'universo determinano le condizioni finali dell'umanità: se il mondo fosse stato diverso, lo saremmo stati anche noi, ma invece il mondo è cosi, e noi anche. Come però aveva già avvertito Hume, l'uomo ha una naturale tendenza a fraintendere la freccia della ragione, interpretando volentieri i suoi effetti come fini: nel caso specifico, illudendosi superbamente che l'UniVerso sia così affinche’ noi siamo cosa, invece di limitarsi a constatare modestamente che noi siamo cosa perché l'UniVerso è così.
Queste due paroline, «perche’» e «affinche’», separano la causalità dalla teleologia, e determinano i paradigmi della nostra visione del mondo e dell'uomo scientifica in un caso, e filosofico-religiosa nell'altro. Ma è difficile distinguerle e separarle fino a quando non si raggiunge una maturità logica che, lungi dall'essere innata, è invece storicamente acquisita, in un processo la cui ricostruzione costituisce un capitolo importante della nostra storia: di come, cioè, l'uomo è passato dall'essere un puro e semplice "animale", a un impuro e complicato "animale razionale", secondo la definizione che ne diede lo stoico Crisippo nel terzo secolo prima della nostra era.
Anzi, un "vivente logico", se vogliamo tradurre letteralmente l'espressione originale "zoon logikon", che sottolinea come siano appunto la logica a distinguere l'uomo dall'animale, la sua nascita a costituire la vera discontinuità evolutiva della vita, e la sua storia a rappresentare il nostro vero Genesi. Ma, se le cose stanno così, allora l'uomo è diventato tale non da molto: soltanto nei due millenni prima della nostra era, quando si sono faticosamente districati i concetti logici dal groviglio mitologico e letterario del linguaggio e del pensiero primordiali.
La prima testimonianza storica di un esplicito costrutto logico risale al diciottesimo secolo prima della nostra era, e sta nelle sentenze giuridiche del Codice di Hammurabi, tutte redatte secondo la formula della legge del taglione (da talis, "tale e quale"): “Se un uomo ha cavato un occhio di un uomo, gli si caverà un occhio”.
Anche le leggi del Codice dell'Alleanza, dettate agli ebrei da Mose’ nell'Esodo, ricalcano lo stesso schema: compresa la legge del taglione, nella forma “occhio per occhio”.
Il costrutto in questione è l'implicazione, che forma la base di qualunque ragionamento ipotetico: senza di essa, non si potrebbero fare deduzioni o dimostrazioni, e la logica non potrebbe esistere se non in una primordiale forma dichiarativa, consistente soltanto di affermazioni isolate e sconnesse.
Col tempo, l'implicazione divenne di uso comune: se vogliamo dar retta a Callimaco, bibliotecario di Alessandria del secondo secolo prima della nostra era, ai suoi tempi “dell'implicazione gracchiavano addirittura le cornacchie sui tetti”.
Il motivo del gracchiare sta nel fatto che la nozione è complessa, e su di essa solo una cosa è certa: che se si parte da un'ipotesi vera e si arriva a una conclusione falsa, qualcosa è andato storto nel ragionamento, che deve 'essere falso. (...)
Racconta infatti Darwin nell'"Origine dell'uomo", come in un giorno afoso e calmo il suo cane giacesse sul prato, ma a poca distanza una leggera brezza occasionalmente agitava un parasole aperto, al quale il cane ringhiava ogni volta che esso sventolava, deducendo erroneamente la presenza di qualche strano agente vivente.
Darwin collega questo comportamento automatico e inconscio alla tendenza dei selvaggi di immaginare che gli oggetti e gli eventi naturali siano animati da essenze spirituali viventi, in una sorta di "teologia da cani" di cui permangono gli echi in espressioni quali "Holy Ghost" '(Spettro Santo), che nella Bibbia di re Giacomo traduce in inglese il fantasma latino dello Spirito Santo. E infatti già i dialoghi platonici testimoniano della confusione che una volta albergava, su queste e altre cose, nelle teste degli animali che stavano diventando razionali.
Ad esempio, nell"'Eutidemo" si argomenta, in maniera apparentemente seria, che se si sa qualcosa allora si sa tutto, e che o si sa tutto o non si sa niente. E così via, con una cornucopia di errori da principianti. E, in effetti, Platone e i suoi contemporanei erano dei principianti: la consapevolezza logica stava nascendo solo in quel periodo. Ma non erano dei principianti in tutto.
Nello stesso "Oratilo" delle ingenuità sui nomi, si trova il per nulla ingenuo criterio di verità che poi Aristotele condensò nella massima “è vero ciò che è, e falso ciò che non è”, e gli scolastici nel motto «adequatio rei et intellectus», (corrispondenza fra le cose e il pensiero). Massima e motto che, insieme al resto della logica, da un lato sono diventati i pilastri del pensiero scientifico, ma dall'altro lato continuano tuttora a trovare resistenza nella giungla del sedicente pensiero umanistico, in cui armate di teologi, letterati e filosofi continuano a combattere, la guerra contro quella razionalità che costituisce l'unica nostra vera distinzione dagli animali.
By Piergiorgio Odifreddi - Tratto da: L’Espresso, Sett. 2007-09-07

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Il quasi linguaggio dello scimpanze' - 01 marzo 2008
Secondo i ricercatori, o gli scimpanze' hanno un cervello essenzialmente ‘pronto’ per il linguaggio, oppure nel gruppo di animali utilizzati che vivono in cattività e che hanno appreso uno specifico linguaggio di segni l’attivazione è stata indotta proprio dall’apprendimento - Parole chiave: scimpanze' linguaggio

Lo scimpanze' ha in comune con l'uomo una regione cerebrale che sovrintende alla la pianificazione e alla produzione del linguaggio, sia di quello parlato sia di quello gestuale: è questa conclusione di uno studio pubblicato sull'ultimo numero della  rivista “Current Biology”.
Il comportamento comunicativo ha molte caratteristiche in comune con il linguaggio umano” ha spiegato Jared Taglialatela del Centro nazionale di ricerca sui primati di Yerkes della Emory University di Atlanta, in Georgia, che ha partecipato alla ricerca.
I risultati di questo studio suggeriscono che queste somiglianze si estendono al modo in cui il nostro cervello produce ed elabora i segnali di comunicazione.”

Il risultato suggerisce così che le basi neurobiologiche del linguaggio umano potrebbero essere state presenti in un antico antenato comune all’uomo moderno e allo scimpanze'.
Gli scienziati hanno infatti identificato nell’area di Broca - localizzata nella parte del cervello nota come giro frontale anteriore - una delle regioni critiche che si attivano quando un soggetto pianifica di dire qualcosa o quando si esprime a parole o a gesti.

Nel loro studio, Taglialatela e colleghi hanno utilizzato una tecnica di imaging non invasiva che ha permesso visualizzare il cervello di tre scimpanze' mentre questi si rivolgevano a una persona per chiedere cibo che non potevano raggiungere. Le immagini hanno mostrato un’attivazione nella regione corrispondente proprio all’area del Broca e ad altre regioni coinvolte nella pianificazione motoria complessa.

"Questi risultati possono essere interpretati in due modi: o gli scimpanze' hanno un cervello essenzialmente ‘pronto’ per il linguaggio, oppure nel gruppo di animali utilizzati che vivono in cattività e che hanno appreso un specifico linguaggio di segni l’attivazione è stata indotta proprio dall’apprendimento”, ha concluso Taglialatela.

Nel primo caso, occorre ipotizzare che le grandi scimmie siano nate con le aree identificate e che le stesse vengano utilizzate quando si producono segnali che fanno parte del loro repertorio comunicativo. Nel secondo caso, per contro, occorrerebbe ipotizzare una notevole plasticità nel cervello dello scimpanzé, simile a quella del cervello umano, e che lo sviluppo di alcuni segnali comunicativi possano influenzare direttamente la struttura e il funzionamento del cervello. (fc)
Tratto da: Current Biology - http://lescienze.espresso.repubblica.it

 

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